Biologo evolutivo, filosofo, scrittore. Il curriculum vitæ di Steven L. Peck è variegato quanto gli scaffali della libreria che immagina per il suo piccolo capolavoro horror, Un breve soggiorno all’inferno.
Immaginare la struttura inventata da Peck per inscenare questo singolare tipo di inquietudine è come provare ad addentrarsi nei misteri dell’universo o nel vertiginoso tempo infinito che sicuramente seguirà la nostra morte: un esperimento mentale che fa girare la testa, un numero che è impossibile addomesticare.
L’idea alla base di questa sterminata raccolta di libri trae origine da un racconto di Jorge Luis Borges e prevede volumi tutti uguali, 410 pagine con quaranta righe da ottanta caratteri ciascuna. La biblioteca di Babele – così la chiamiamo – contiene un volume per ogni combinazione possibile di caratteri: un numero finito, indubbiamente, ma talmente grande da rivelarsi il motore perfetto per una storia di cristallino horror filosofico/matematico.
Ci sarà sicuramente un libro fatto di soli caratteri bianchi, uno composto da segni d’interpunzione, uno che racconta la storia della Guerra dei Cent’Anni dal punto di vista di un filo d’erba, ma la grande maggioranza dei libri sarà composta solo da stringhe di testo senza senso. Un confuso, assordante rumore di fondo in cui nulla ha un significato se non la ricerca stessa.
Questa oscenità matematica, questo esperimento mentale terrificante per fortuna non esiste nel nostro mondo reale, ma se esistesse sarebbe ben più profonda del diametro della Via Lattea – un gorgo in cui smarrire il senno che sembra sprofondare infinitamente, allontanandoci dalla meta uno scaffale alla volta come in un miraggio: un vero inferno, insomma.
E di inferno possiamo tranquillamente parlare, visto che il protagonista di questo romanzo, Soren Johansson, ci finisce subito dopo la morte per il semplice motivo di aver seguito la religione sbagliata – ops: quella giusta era lo zoroastrismo, peccato.
Non ci sono diavoli armati di forcone né pozze di pece ribollente, ci sono solo libri, file e file di libri in cui aleggia, rara ma non impossibile, la promessa di tornare in vita: sarà sufficiente recuperare il libro che racconta esattamente la propria esistenza terrena.
La missione (o forse condanna?) sembra facile, sembra un gioco che chiunque con un po’ di pazienza può portare a termine tranquillamente. Le combinazioni però sono numerose, troppo numerose, e i condannati hanno bisogno di tempo per controllare ogni scaffale, ogni ripiano, ogni libro spesso quasi quattro centimetri e farcito d’ogni delirio tipografico che la mente umana possa concepire.
La fame di lettere stampate spinge così i personaggi a vagare per le scalinate di questa biblioteca impossibile per trovare la propria storia, nell’incubo inesprimibile della reiterazione senza fine che priva i giorni, gli anni e i secoli di ogni senso.

Peck costruisce il suo horror con i materiali lineari e semplici degli spazi liminali: forme note come libri e scaffali in cui la violenza s’insinua con discrezione, come conseguenza naturale di una razionalità estrema che priva la mente dei personaggi (e anche quella dei lettori) di ogni appiglio a cui aggrapparsi per non finire alla deriva. La ricerca non è impossibile, in fondo: c’è sempre la possibilità di imbattersi nel libro che si sta cercando, per quanto sia remota e difficile, anche se le pagine da sfogliare sono tante e le scale sembrano continuare all’infinito in ambo le direzioni…
Accoppiamenti giudiziosi
Quella di Peck è l’elaborazione nobile e originale di un tipo di terrore molto particolare, emerso relativamente di recente dai fondali melmosi della cosa più spaventosa che vive accanto a noi: il web.
Si tratta naturalmente delle famigerate backrooms. Nate nel lontano 2019 grazie a una foto caricata sul famigerato 4chan, sono diventate presto simbolo di quell’horror che non ha bisogno di esibirsi per provocare brividi e pelle d’oca. Sono stanze anonime, caratterizzate per lo più da pareti gialle e scabre, che qualcuno ipotizza esistere fuori dalla realtà come la conosciamo. La loro semplicità, la loro natura ripetitiva e in generale il loro aspetto trascurato e infinito sono gli ingredienti perfetti per portarci a contatto con una paura inedita, capace di far vacillare anche le fondamenta più solide della nostra fiducia nelle nostre percezioni e nelle leggi della fisica.
Peck – come nel fortunato film Backrooms, protagonista con altri titoli preziosi della fortunata stagione horror di quest’anno – sa sfruttare la capacità di astrazione del lettore per dare corpo (e regole e geometrie inquietantemente precise) a un paradosso tanto semplice quanto efficace: una libreria pressoché infinita, una missione impossibile che non ha nulla dell’eroismo di un Ethan Hunt qualunque ma che riesce, con sinistra agilità, a edificare una narrazione tersa e folle quanto un delirio lucido.

Backrooms sfrutta in verità uno scenario meno fané e meno affascinante della Biblioteca di Babele – i corridoi sciatti di un ufficio qualunque, situato in uno dei tanti immobili squallidi in cui si passa per caso una parentesi minuscola della propria vita prima di tornare all’aperto, alla razionalità della natura e alla sua bellezza spontanea, ben lontana dal razionalismo malato di pareti gialle, moquette grigie e stanze senza scopo alcuno.
Una delle metafore più efficaci per descrivere il disorientamento che questi spazi provocano è che sia come quando “descrivi un cane a qualcuno che non ne ha mai visto uno e poi gli chiedi di disegnarlo”. Una riproduzione cieca e demente della realtà che si concentra sull’irrilevante e trascura tutto ciò che rende un luogo reale. Gli inferi di Peck sfruttano appieno la potenza di questa immagine ma riescono a non cadere nel peccato capitale commesso dalla pellicola: non dà mai un volto alla minaccia.
Questa scelta è coraggiosa e si dimostra vincente da subito: la storia infatti non ha colpi di scena particolari e non dà mai l’impressione che vi sia una via d’uscita. Non serve uccidere il mostro, non ha senso nemmeno provare ad uccidersi o a morire d’inedia: la ripetizione infinita è la condanna, l’incarico kafkiano dello sfogliare i libri sempre ugualmente insensati è al contempo la condanna da scontare e l’unico modo per cercare di sottrarvisi.
Pur nella sua linearità, Un breve soggiorno all’inferno riesce a sfruttare il paradosso e la religione come reagenti perfetti per un orrore sussurrato e invisibile, che resta impalpabile fino alla fine perché sa perfettamente che dare un corpo alle nostre paure è la via più rassicurante per fuggire. È come disegnare una mappa, chiamare per nome un demone: individua un perimetro, delimita il pericolo e con esso il nostro terrore.
E Peck non vuole assolutamente che dormiamo sonni tranquilli…

Bonus
Se perdendovi per le scale infinite della biblioteca avete ancora voglia di luoghi liminali possiamo suggerirvi una scorciatoia inquietante che forse non avete ancora percorso: QUI.
