E se il dolore avesse una forma tangibile? Se potesse coagularsi in un pezzo di carne, crescere, evolvere, maturare, se potesse esistere come realtà fisica indipendente da noi, come sarebbe la sua vita? Sono queste le domande alla base di uno dei romanzi weird più belli degli ultimi anni, Monstrilio di Gerardo Sámano Córdova, arrivato in Italia grazie alla Bottega dell’Invisibile nella traduzione di Lucrezia Pei.
L’idea di partenza è tanto immediata quanto efficace: il lutto di una famiglia, incarnato in un brandello di polmone prelevato dalla salma del figlio morto, si trasforma in un essere vivente.
Questo abbrivio sospeso fra il folklore e il roman à clef lascia presto spazio per interrogativi scomodi che emergono nella nuova quotidianità dei personaggi: la creatura, il mostro, insomma Monstrilio, ha ereditato qualcosa dal bambino da cui ha avuto origine? Oppure è una forma di vita completamente nuova, con diritti, bisogni e una propria identità distinta da quella della famiglia che involontariamente l’ha fatto nascere?
Sámano Córdova nel suo libro si dimostra desideroso di sperimentare e di osare, senza per questo perdere di vista l’umanità necessaria per presentare ai lettori tematiche tanto forti da rischiare perennemente di sfociare nel dramma a buon mercato. Forse proprio per questo motivo riesce magnificamente nell’impresa (titanica, delicatissima) di non crogiolarsi mai nella pornografia del dolore, mantenendo anzi una scrittura agile e luminosa anche negli snodi più complessi e concedendosi gustose parentesi gore o ironiche.

Lungi dall’abbandonarsi alla tetraggine che tenta ogni autore horror che si trovasse a lavorare con la tematica della perdita, Sámano Córdova conduce la sua analisi secondo due direttrici principali, destinate a intersecarsi più volte nel corso della narrazione: da una parte la tematica del lutto, della sua elaborazione e del suo superamento, dall’altro il tema non meno complesso della ricerca della propria identità.
Un romanzo di formazione, dunque, ma anche di deformazione: Monstrilio galleggia fra due mondi, quello fantastico e quello reale, ma anche quello cupo del lutto che travolge tutto e quello colorato della definizione della propria personalità, e grazie a questa innata ambivalenza riesce a mettere alla luce i nodi di una trama familiare ricca e variegata.
Sullo sfondo delle dinamiche matrimoniali fra i genitori – che si lasciano, riprendono, lasciano ancora – e nel carnevale di una famiglia queer e internazionale che allaccia le sue trame fra relazioni difficili da definire e sentimenti strabordanti, Monstrilio ci lascia osservare il suo accidentato processo di crescita – un coming of age cruento che ci obbliga a interrogarci al contempo su cosa significhi essere genitori e su come un lutto possa comunque sfociare nella vita.

Monstrilio è un mostro nel senso più nobile del termine: una creatura straordinaria, unica nel suo genere, indipendente da ogni convenzione. Appartiene solo a sé stesso. Ogni tentativo di educarlo sembra infatti scontrarsi con la sua natura più profonda e selvatica.
Così la sua storia diventa anche un percorso di crescita per i genitori, costretti a capire che il lutto sarà per sempre parte di loro, mentre i figli non lo saranno mai.
Accoppiamenti giudiziosi
Creare è tagliare un pezzo di sé e riconoscerlo come indipendente. È impoverirsi di qualcosa di essenziale? È un’attività estrattiva, destinata a esaurire – fisicamente ancor prima che psicologicamente – chi la compie e subisce?
Genitorialità e creazione artistica su avvincono indissolubilmente nel corso del libro e in entrambi i casi l’atteggiamento della madre di Monstrilio si dimostra ambiguo, difficile da comprendere, lacerato fra l’amore insuperato per il primo figlio – il vero figlio generato e visto morire – e la tentazione di superare il dolore rendendolo mostruoso e vivente, nutrendo la sua voracità con ogni cosa commestibile: i propri affetti, la razionalità, i legami familiari.
Creare è un atto potente e pericoloso, un gesto divino che necessariamente lascia tracce tangibili nel mondo destinato a sopravviverci: la natura del nostro amato mostro comincia infatti come miracolo o esperimento, un vero rituale alchemico e artistico vicino agli esperimenti di Magdalena Abakanowicz con i tessuti.

L’artista polacca, discendente da una famiglia di antica nobiltà tatara, ha vissuto sin dalla più tenera infanzia le sensazioni di sradicamento e lacerazione che ritroviamo anche nella famiglia di Monstrilio: l’emigrazione, l’allontanamento dalle proprie origini e lo sfibrarsi dei legami familiari più prossimi.
A questo si è accompagnato un lungo apprendistato artistico, una presa di coscienza che l’ha portata a interessarsi ai materiali più vicini agli utensili primitivi, per risalire la corrente della storia fino a una riscoperta del misticismo ancestrale e delle tradizioni sciamaniche indissolubilmente allacciate alla propria storia familiare.
È dunque un rituale mistico anche la creazione degli Abakans, veri mostri di fibra destinati a evolversi con la loro creatrice, nati come oggetti tessuti a mano, realizzati nello stesso materiale utilizzato per creare le corde – ancora una volta, legami spezzati e riciclati per creare qualcosa di completamente diverso.

Queste creazioni sono imponenti come pelli di enormi prede o feticci, ma sono anche una forma di vita in piena trasformazione, colta nel tumulto del suo stadio embrionale.
Come avviene con Monstrilio, la loro vera natura viene svelata lentamente attraverso deformazioni e amputazioni, ripensamenti: morbidi e mostruosi, teneramente terrificanti, gli Abakans progressivamente mutano in forme organiche – confuse, abbozzate e proprio per questo universali. L’umanità di queste forme, come la formazione di Monstrilio, è un percorso difficile di accettazione e modificazione: muscoli e arti si sforzano di perseguire un’umanità che non appartiene al loro mondo e alla fine cedono, lasciano entrare la loro vera natura di corda, di fibra, e allora diventano grovigli di vene, alberi dalle forme umanoidi, infine si riassumono in embrioni che possono contenere infinite possibilità e infiniti misteri.
L’umanità diventa così un traguardo irraggiungibile, qualcosa che si apprezza meglio guardando da lontano: come nelle pagine di Sámano Córdova, essere umani significa percorrere insieme un percorso confuso, doloroso e divertente e imparare ad apprezzare la natura profonda delle cose senza voler imprimere al mondo la forma delle nostre aspettative o del nostro dolore.
