Il drive-in è il simbolo perfetto dell’America che immaginiamo da oltreoceano: una mistura gustosa di trash e cult, le acrobazie dei popcorn che scoppiettano e le auto tamarre schierate come in trance davanti allo schermo, i trailer, gli horror sconclusionati coi mostri di gomma. Il drive-in è un sogno anche per chi non l’ha mai vissuto, un delirio di libertà, un condensato purissimo d’America, pronto per esplodere.
Quale setting migliore dunque per la cinepresa ammaccata dello Zio Joe, per il suo capolavoro: una storia di film e divinità maligne, atrocità e ribellione, un film di Serie B stampato su carta, eccessivo e spregiudicato come solo il migliore Lansdale sa essere.
Andiamo con ordine, però, ora. Mettetevi in fila, prendete il biglietto e smettetela per un secondo di divorare i popcorn: siamo in Texas. La scuola e i suoi grattacapi sono uno sfondo lontano per Jack e i suoi amici, che ogni venerdì sera saltano sul camper di Bob per godersi un po’ di sana paura all’Orbit, il loro drive-in preferito. È la horror night, ancora una volta: verranno proiettati a rotazione filmacci splatter, l’ideale per sbronzarsi e ciarlare o buttare l’occhio alle coppiette che si danno da fare nelle auto accanto. Peccato che questa volta accadrà qualcosa di talmente assurdo da oscurare completamente l’interesse degli spettatori per le pellicole.

L’Orbit raccontato da Lansdale si condensa in un ritratto grottesco che riesce a toccare tutte le nevrosi e le follie dell’America: ci sono predicatori folli e ragazzini eccitati, bellezze mozzafiato e mostri, soprattutto mostri, pronti a bucare lo schermo per balzare sulle menti innocenti del pubblico. Sulle pagine si alternano corpi saldati insieme dalla furia delle tempeste, televisioni semoventi, dinosauri e maniaci, mostruosità umanissime che sembrano uscite direttamente dalle nostre fantasie più spericolate.
Lansdale come sempre costruisce le sue storie con una facilità estrema, sembra quasi che le parole gli escano dalla penna senza alcuna fatica, già pronte per seccarsi nell’inchiostro delle pagine in righe, paragrafi e capitoli pronti a lottare per saziare i loro lettori o disgustarli o deliziarli, che è in fondo la stessa cosa.
La serata al drive-in vira presto in una strage tragicomica quando una cometa cadendo sembra cancellare il mondo circostante, lasciando spazio solo all’egoismo predatorio del pubblico trasformatosi improvvisamente da spettatore a protagonista.
Nei volumi che compongono la trilogia, la situazione cambierà radicalmente più volte: il protagonista maturerà dentro il cinema e fuori, imparando a sopravvivere in un ambiente sempre più assurdo che farà sembrare gli eccessi del cinema di Serie B stranamente plausibili: la morte è in agguato dietro ogni schermo e non è mai stata così divertente.

Lansdale in ogni suo lavoro dà l’impressione di divertirsi moltissimo mentre scrive: è tutto colorato, carico, caotico, e ogni cosa funziona meravigliosamente, come un meccanismo che sembra costantemente sul punto di incepparsi e vomitando molle e rotelle, eppure continua inesorabile il proprio lavoro. La storia dunque procede, si trasforma e si contorce fra dialoghi fulminanti e situazioni al limite del gore, con un gusto squisitamente americano per le cose enormi e veloci e rumorose.
Il drive-in diventa così solo un fondale: sono i personaggi che contano, quelli ammazzati con un colpo di penna bizzoso dopo pagine di costruzione ben calibrata, quelli introdotti improvvisamente nei modi più rocamboleschi che una mente umana possa concepire, i personaggi che sono carnefici e vittime, mostri sotto copertura ed eroi improbabili. In ogni caso, qualunque sia il loro ruolo, i protagonisti della trilogia sono sempre traboccanti di umanità: sono esagerati, certo, eppure è impossible non affezionarsi alle loro avventure che dalla provincia texana li gettano nel buio più profondo, dentro l’incubo di un regista impazzito.
Accoppiamenti giudiziosi
Un ritratto onesto dell’America di oggi deve per forza allontanarsi dal realismo: l’America come la immaginiamo noi è quella proiettata sugli schermi dei nostri cinema, macinata sulle pellicole e sbirciata di sfuggita dai libri, un’America narrata più che vissuta, una diceria che si nutre dei nostri sogni e dei nostri deliri per continuare ad alimentare un mito vorace: quello del sogno americano, del grande romanzo americano, dell’ambizione sfrenata o più semplicemente della libertà sconfinata che siamo stati abituati da sempre a visualizzare stritolata dentro una pacchiana confezione a stelle e strisce.

Lansdale conosce bene la materia e non ha paura di frequentare i bassifondi della narrativa mainstream più blasonata – il pulp, l’horror, il thriller, il western – per elaborare una storia fieramente fuori dagli schemi, slegata dalle convenzioni del buonsenso e dalle raccomandazioni di chi calibra una trama come un dispositivo progettato appositamente per assuefare il pubblico e renderlo docile.
La trilogia del drive-in è una carrellata di storie horror, naturalmente, ma è anche un metaromanzo che gioca con il lavoro dello scrittore, con la letteratura americana e soprattutto con il cinema – autentica fabbrica di sogni e di orrori aperta a tutti e, proprio per questo motivo, motore perfetto per una vicenda pirotecnica che sembra nutrirsi di effetti speciali e colpi di scena a basso budget.
La fascinazione per il cinema di Serie B non è però una prerogativa di Lansdale, anzi è un “mito delle origini” abbastanza diffuso fra gli artisti, soprattutto fra i cineasti: i prodotti di puro intrattenimento, i loro colori e le loro soluzioni improbabili nelle mani giuste diventano materiale altamente esplosivo, da maneggiare con cura (per citare il titolo di una famosa raccolta di racconti del nostro amato Zio Joe).

Basta pensare a Quentin Tarantino e al suo modo di intendere il cinema: una mescolanza di generi basata su spettacolo fisico, violenza, ironia, libertà narrativa e dialogo diretto con gli spettatori.
Tarantino non ha mai nascosto la sua predilezione per i B-movie, anzi ha saputo rendere tributo a questo immaginario fertile e casereccio mescolando con grande cura nei propri film le suggestioni recuperate dalle pellicole di exploitation e di arti marziali, dagli slasher e dagli spaghetti western.
L’esito, come la trilogia di Lansdale, è qualcosa di consapevole e maturo, che non ha più come unico fine la spettacolarizzazione di tematiche forti, ma che sa usare gli strumenti – e le storture – del cinema pop per raggiungere qualcosa di ben più ambizioso.
L’Orbit è per eccellenza l’emblema del caos e della creatività sfrenata di questa tradizione popolare, è un’incubatrice di storie abortite, filmacci dimenticati in cui un briciolo di genio è sepolto sotto strati di gustosissimo kitsch. Tutto questo diventa un potentissimo fertilizzante per le fantasie indisciplinate dei ragazzi che si aggirano fra le auto con bibite e popcorn.

Non sarebbero sfigurati sui suoi schermi i finti trailer che Tarantino e Robert Rodriguez hanno incluso come intermezzo per Grindhouse, il loro atto d’amore per il cinema di serie B. Concepito appositamente come un tributo ai film che era possibile vedere a rotazione nelle piccole sale di provincia – le cosiddette grindhouse, appunto – il progetto di Tarantino e Rodriguez ha recuperato l’estetica dei film a basso costo per rielaborare la tradizione del cinema pop.
Anche Lansdale percorre lo stesso binario: ricicla immagini e atmosfere della narrativa pulp per stabilire una connessione con la memoria più profonda dei lettori: il cinema trash diventa così oggetto stesso della rappresentazione.
Non è più la realtà a meritare un’analisi, è la fantasia: un’estensione del nostro mondo quotidiano popolata da mostri ed eroi giovanissimi e auto veloci, un posto in cui essere veramente liberi di sperimentare, sbagliare, creare qualcosa di assurdo per il solo gusto di farlo.
Come al cinema, anche fra le pagine di Joe Lansdale ciò che conta è lasciarsi trasportare dal flusso senza essere ossessionati da una ricerca di senso: siamo sul sedile della nostra auto, davanti a uno schermo illuminato, tutto va bene. Basta avere il coraggio di seguire il flusso ininterrotto di sangue e pellicola rovinata per assaporare una boccata di libertà assoluta rispetto alle convenzioni, alle buone maniere, ai confini rassicuranti fra i generi – una libertà frizzante e dolcissima, che sicuramente saprà di popcorn stantii e coca cola sgasata come tutte le cose belle della vita.
