“Cose che si trasformano” di Emil Zebru

Andavamo ai binari tutti i giorni, tra le 16 e le 17, subito dopo aver fatto i compiti. Non importava se c’era il sole, se pioveva, se faceva caldo o freddo, non potevamo fare a meno di vedere le cose trasformarsi. La magia avveniva in un attimo, anche se richiedeva un po’ di preparazione e la giusta tempistica. Prima di tutto bisognava scegliere con cura gli oggetti da trasformare, e poi, naturalmente, c’era la parte più importante: dire le parole giuste.

Ci si ritrovava alla Torre dei Finocchi, così la chiamavano, anche se non sapevamo il perché. Nessuno lo sapeva. Abbiamo sempre creduto che in passato fosse stato un ritrovo per uomini un po’ frùfrù e la cosa ci faceva ridere, perché a dodici anni queste cose fanno ridere. Noi di finocchi non ne avevamo mica mai visti però, non solo alla Torre, ma proprio in generale. Marta arrivava sempre per ultima, con la sua gonnellina a quadri e le scarpine rosse; dovevamo sempre aspettarla perché le sterpaglie le graffiavano i polpacci e frignava per tutto il tragitto camminando come se fosse zoppa, ma zoppa non era.

Ci volevano cinque minuti per arrivare ai binari dalla Torre, otto se c’era Marta, che poi veniva sempre, quindi non ci abbiamo mai messo cinque minuti, a dire il vero. La vegetazione ci costringeva ad andare a piedi, lasciavamo le bici alla Torre e poi ci facevamo strada tra erba alta, rovi e arbusti vari. All’inizio era stato difficile, era chiaro che lì non ci passava mai nessuno, e nessuno si era mai neppure preoccupato di tagliare l’erba. A forza di andarci, i nostri continui passaggi avevano creato una traccia che ci permetteva di muoverci più facilmente, ma alla vegetazione sembrava non andare giù: non voleva farsi piegare, quindi si rialzava in piedi, si moltiplicava, come a volerci sfidare o come se volesse impedirci di assistere alla magia.

Io facevo da apripista perché ero sempre stata quella più determinata e pratica, e anche perché i miei stivaletti da pioggia erano di due taglie più grandi. Mi proteggevano le caviglie e parte dei polpacci; però erano troppo scomodi, ci ballavo dentro e per questo inciampavo sempre. Li portavo in una borsina e li infilavo una volta arrivata alla Torre, poi nella borsina mettevo le mie scarpe da tennis, che erano invece della misura giusta. Nonostante tutto, avanzavo decisa; in mano avevo un bastone per spostare i rovi che si presentavano sul nostro stretto sentiero, ma i rovi non erano l’unica scocciatura.

Ogni tanto capitava che un grillo mi saltasse nello stivale, sentivo le sue zampe e le sue antenne che si dimenavano sulla mia gambetta, e allora mi buttavo subito a terra col sedere e mi strappavo lo stivale di dosso; volevo urlare ma mi trattenevo perché non volevo che Marta e Monica mi prendessero in giro. Per fortuna riuscivo a sfilare lo stivale velocemente perché mi andava grande. Avevo il terrore dei grilli. Se questa cosa succedeva quando aveva piovuto da poco, mi sporcavo tutta la gonna di terra e poi la mia mamma mi sgridava e mi chiedeva dove mi fossi seduta, ma io mica glielo potevo dire perché avrebbe scoperto il nostro segreto. Mi diceva che non dovevo sedermi in giro perché lei non poteva lavare i miei vestitini tutti i giorni. Se solo avesse saputo dei grilli, della paura che mi facevano.

Tutto era iniziato un pomeriggio, quando lo zio di Monica ci aveva fatto vedere una piastrina di metallo; sopra c’erano delle scritte che non si leggevano più, era anche un po’ arrugginita. Dissi subito “pozzanghera”, Monica disse “riccio” e Marta disse “semaforo”. Lo zio di Monica ci guardava tutte e tre, e non capiva di cosa stessimo parlando. Noi ci eravamo capite invece, anche se era la prima volta. L’altra cosa che capimmo subito era che nessuna di noi voleva dire la parola per ultima, allo stesso tempo però, la parola doveva colpire, non poteva essere la prima cosa che ci veniva in mente; ci si doveva pensare ma in frettissima. Lo zio di Monica ci disse che una volta, passando vicino alla ferrovia, scorse qualcosa sui binari, quando si avvicinò capì che era una lattina. Il treno stava arrivando e lui si fermò a vedere che cosa sarebbe successo.

Quando il treno sparì, anche la lattina non c’era più, allora si avvicinò ancora per capire dove fosse finita, ed era lì, ma con una forma diversa; la raccolse e la portò a casa. Lo zio di Monica era un artista, quindi forse anche lui ci aveva visto qualcosa in quel pezzo di metallo davanti ai nostri occhi. Decidemmo così di provare a trasformare le cose anche noi, la ferrovia però non era facilmente accessibile dalla nostra parte del paese, ma sapevamo che la Torre dei Finocchi non era lontana dai binari e la usammo quindi come punto di riferimento. Il primo giorno portammo una scatoletta di tonno di quelle grandi, e che emozione quando arrivammo ai binari per la prima volta: fu una vera avventura!

Ci guardammo intorno, e ridacchiando Monica tirò fuori la scatoletta dalla tasca del giubbino e sgambettò per piazzarla su uno dei binari. Ci guardammo ancora intorno, dovevamo trovare un posto dove metterci fino all’arrivo del treno. C’era un grande cespuglio dall’altra parte dei binari, corremmo a nasconderci lì dietro e ricordo che ci mancava il fiato perché non riuscivamo a smettere di ridere. Il treno non si fece attendere molto, prima lo sentimmo arrivare, poi lo vedemmo passare, velocissimo, e la scatoletta scomparve. Corremmo a più non posso per arrivare il prima possibile ai binari e vedere in cosa si era trasformata. “Piccione” disse Marta, che quella volta ci batté sul tempo, “attaccapanni” dissi io, precedendo di poco “cassetto” detto da Monica.

Avevamo ancora il fiatone e i nostri occhi luccicavano per la gioia di quella magia. Tornammo lì tutti i giorni, e a scuola non facevamo altro che pensare a quale oggetto trasformare.

Una volta portammo una lattina di Fanta (automobile, cerchio, vassoio); una latta di fagioli (gatto, rubinetto, libro); un barattolo di una pomata (bicchiere, telefono, radio) e così via. Era sempre bellissimo e non ci stufavamo mai, tutte le volte ridevamo come delle cretine perché facevamo tutto di nascosto e solo noi potevamo capirlo.

Anche quel giorno, come tutti gli altri, l’eccitazione ci aveva dato una scossa da far rizzare i peli immaginari sulle nostre braccia. Per la prima volta da quando avevamo iniziato, per colpa di quegli stupidi stivali che mi fecero inciampare, Marta mi superò; notai solo in quel momento quindi che a una delle sue scarpine mancava il tacco, o forse era solo la soletta. Vidi Marta e Monica sparire dietro al cespuglio; il mio corpo vibrava e il rumore ormai familiare si faceva sempre più vicino. Girai la testa a sinistra e fissai il treno dritto negli occhi mentre correva verso di me; non ci fu nemmeno bisogno di pensarci: dissi “grillo, metallo. Ciao”.


L’Autore

Emil Zebru nasce, mostrando così da subito la sua poca originalità. Cresce determinato a fare carriera nel mondo del lavoro. Dirigente ormai affermato, prova sempre più ammirazione per quei “Manager che lasciano tutto per…” di cui si legge sui giornali. Decide quindi di lasciare tutto, ma nessuno lo intervista.


La copertina

Pieter Bruegel il Vecchio, Giochi di bambini (1560)

Lascia un commento