“Nel mondo a venire” di Ben Lerner

Il mondo a venire sarà com’è qui, solo un po’ diverso – inizia con questo esergo ambiguo 10.04 di Ben Lerner, oggetto narrativo non identificato planato sull’Italia, grazie a Sellerio, proprio con questo titolo apocrifo e meraviglioso: Nel mondo a venire.

Non sono sicuro si possa parlare di romanzo – certo non è un saggio, forse autofiction? – ma certamente questo lavoro raffinato e innovativo è la cosa più newyorkese che si possa leggere oggi, nonché un libro di rara limpidezza.

La trama non comincia e non finisce, anzi si ha quasi l’impressione di assistere a uno spaccato di vita qualunque, un momento di delicata evoluzione come migliaia di altri nella vita di ognuno: un uomo, uno scrittore, ha appena venduto un racconto al New Yorker e si trova a dover lavorare a un nuovo romanzo, mentre sperimenta su di sé l’incertezza di una malattia cardiaca che potrebbe rivelarsi molto seria e accetta di aiutare la sua migliore amica nella procreazione assistita.

Hiroshi Sugimoto, Talbotized 001 (2012)

Non vi è conflitto, non vi può essere risoluzione: Lerner, una delle penne più promettenti ed eleganti della letteratura americana, sceglie una strada delicata e poco battuta per portarci nella sua vita di uomo, facendosi personaggio e autobiografo infedele e staccandosi dai topos cari alla letteratura ebraica d’oltreoceano per ricercare qualcosa di ferocemente nuovo, destinato a lasciare il segno.

Il nucleo del romanzo si sposta così dalla vita alla morte fino all’arte, attraversando il dilemma della genitorialità e l’enigma del tempo che passa per turbinare infine con grazia, come un sacchetto nel vento, attorno alla voce narrante nel corso delle sue peripezie quotidiane – dai ricordi impastati di mitologia personale fino alle vicende minuscole che ambiscono all’assoluto – sullo sfondo di una New York languida e vivbrante, sferzata dal maltempo e proprio per questo tragicamente magnifica.

Le vicissitudini del protagonista diventano così occasione per perdersi in riflessioni e ricordi che accarezzano il vero focus dell’opera senza mai toccarlo completamente, senza prenderne possesso: il tempo con la sua eterna fragilità, l’identità, l’arte come rappresentazione del mondo.

Hiroshi Sugimoto, Polar Bear (1976)

Non è un caso che la vita dell’autore e quella del protagonista convergano in più punti e che la falsificazione si affacci in più battute come sottile gioco di specchi fra vita vissuta e vita narrata, anche all’interno dell’ambiente dichiaramente artefatto del romanzo stesso: il racconto di sé prevede sempre uno sdoppiarsi, un distacco totale da chi si è realmente per offrire ai lettori una versione – infedele, inquinata, ma proprio per questo forse drammaticamente autentica – della propria essenza più profonda.

L’arte è destinata a restare, immutabile come gli edifici che si dispiegano sotto gli occhi di chi si trovasse a passeggiare per le strade di New York, mentre la percezione di sé è costantemente sospesa fra versioni discordati, intuizioni minuscole che lampeggiano per un solo istante e riescono a creare perturbazioni sconfinate nel paesaggio interiore che ognuno coltiva attorno al nocciolo della propria identità: chi sono, cosa faccio, cosa voglio.

Lerner procede così per epifanie e squarci perfetti – un uragano, l’ospitalità offerta a un manifestante, il lavoro in un supermercato di comunità, un vecchio discorso di Reagan che torna bruscamente alla memoria, il sesso liberatorio e impacciato con l’amica di sempre per provare a diventare genitori – quadri disegnati con mano ferma e tratto pulito per imprimere su carta la mutevolezza del presente e la fragilità di ogni istante, perso nell’incessante fluire degli eventi.

Hiroshi Sugimoto, Earliest Human Relatives (1994)

Accoppiamenti giudiziosi

Con il suo stile intimista e analitico, per fortuna ben lontano dalle derive più cervellotiche della narrativa postmoderna, Lerner ci permette di osservare da vicino la vita di uno scrittore, anche se solo per una breve parentesi di tempo. Possiamo seguirlo per le strade della città, prendendo nota delle sue fissazioni e della sua esistenza sospesa fra le ripetizioni a un bambino messicano e l’horror vacui del foglio bianco.

Allontanandosi di qualche passo, come di fronte a uno scatto di Hiroshi Sugimoto, possiamo apprezzare i dettagli che ad uno sguardo troppo ravvicinato sarebbero impossibili da notare: la strana atmosfera ovattata gettata sulla città dagli uragani, la singolare assonanza di questo tempo irreale con l’attesa di chi aspetta l’esito di un esame medico o la conferma di una gravidanza che non riesce ad arrivare.

La vita, in un certo senso, acquisisce una certa coerenza sfumata solo quando la si guarda da lontano, da una posizione esterna alle dinamiche feroci del lavoro, delle relazioni, dei ricordi che continuano a riemergere. È quello che fa l’artista: esce dalla propria esistenza e si guarda dall’alto, dall’esterno, come in un’esperienza di pre-morte o in un sogno.

Hiroshi Sugimoto, World Trade Center (1997)

Chi si racconta deve necessariamente uscire da sé stesso e nel farlo si frantuma, accetta la crisi, mentre la vita vera continua a scorrergli attorno – il conflitto eterno della letteratura è proprio questo, l’incapacità di fermare il tempo per potersi osservare con il dovuto distacco e per comprendersi, finalmente. Anche per il migliore prosatore, la vera sfida è riuscire a dare alle proprie azioni la spontaneità dell’immediatezza per viverle veramente, appieno, senza la lente deformante del ricordo o del rimpianto.

Sugimoto, nel corso della sua lunga carriera, ha affrontato da diverse angolazioni tematiche analoghe, sfruttando le caratteristiche fisiche e chimiche dell’arte fotografica per stimolare riflessioni sul tempo, sulla realtà e sulla loro incertezza.

Il suo lavoro, in particolare, mette costantemente in discussione il concetto stesso di esistenza: perché si esiste, quanto si esiste, in quali termini e fino a quando.

Hiroshi Sugimoto, Ligurian Sea, Saviore (1993)

Ciò risulta evidente soprattutto nella serie Dioramas, in corso dagli Anni Settanta, che presenta immagini scattate ai diorami dei musei di storia naturale e ci costringe a riflettere su cosa sia veramente reale: gli animali vivi nel loro habitat o la loro versione ideale, tassidermizzata, perennemente in posa di fronte ai visitatori e alle loro fotocamere?

Lo spunto iniziale nacque dalla sua prima visita, nel 1974, all’American Museum of Natural History. In quell’occasione Sugimoto si accorse che gli animali impagliati, disposti davanti a fondali dipinti, apparivano palesemente artificiali finché non li si osservava sbirciando rapidamente con un occhio chiuso: in quell’istante, come dietro a una macchina fotografica, l’effetto prospettico svaniva e le figure acquistavano un’impressione di sorprendente realtà. Come egli stesso affermò: “However fake the subject, once photographed, it’s as good as real.”

È per questo motivo, forse, che la narrazione di Lerner ci sembra scorrere così vividamente: rinuncia agli artifici della narrazione e della trama, sposta il focus su ciò che anima il protagonista sotto l’apparenza delle cose, pur non essendo evidentemente vita. Al pari di un diorama, fotografato decine di volte, l’arte è un duplicato che consente di rendere immortale anche l’attimo più irrilevante e nel farlo lo priva della sua caratteristica più preziosa: la provvisorietà.

Hiroshi Sugimoto, Villa Mazzacorati, Bologna (2015)

È però in Theaters che la sensibilità di Sugimoto entra più in risonanza con il lavoro di Lerner. L’idea alla base di questa serie è tanto semplice quanto originale: scattare la fotografia di un film, usando un’esposizione lunghissima che abbracci l’intero arco della proiezione.

In questo modo, lo schermo diventa un riquadro perfettamente bianco – la somma di infiniti attimi sovrapposti a formare una storia – mentre il cinema, la vita vera che si forma e deforma attorno a quella narrata, viene rischiarata in un paesaggio suggestivo e sospeso, uno spazio spettrale in cui coltivare la memoria e l’arte della persistenza.

Hiroshi Sugimoto, Franklin Park Theater, Boston (2015)

Sugimoto ha avuto l’occasione di ritrarre drive-in, cinema abbandonati e lussuosi teatri ma soprattutto è riuscito a intrappolare in perfetti rettangoli bianchi lo scorrere del tempo, l’arte della narrazione – la magnifica incomprensibilità di una storia che, come l’opera di Lerner, rifiuta le definizioni e continua a guardare al futuro, alla sua instabilità, alla sua mutevolezza che supera la raffigurazione e la rende obsoleta già nell’esatto momento in cui viene ideata.

Il tema della falsificazione del passato lascia così spazio all’analisi dell’influsso del futuro sul presente: una risalita illogica ma potente, visibile solo grazie a una riflessione che si muove in una dimensione priva di tempo, sospesa, una forma d’arte che accetta l’indeterminatezza e lo sfuocato della vita e li lascia avanzare coraggiosamente al primo piano.

Hiroshi Sugimoto, Union City Drive-In, Union City (1993)

Bonus

  • Il sito ufficiale di Hiroshi Sugimoto, con interessanti commenti e retroscena sulle sue opere fotografiche.

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