Good Money, Bad Money, il titolo alla fine non è così importante: l’importante è far soldi. E con un cast del genere fallire è praticamente impossibile.
Abbiamo Caduta Massi – così materna, così matronale, una diva con un piede sul viale del tramonto che ha ancora così tanto da dare – e Lorne Guyland, il buon vecchio Lorne che continua a ciarlare su quanto sia macho e sessualmente attivo e giovane nonostante tutte quelle rughe e i capelli bianchi. E poi Spunk Davis, non dimentichiamoci di lui: ha un nome terribile ed è fissato con tutte quelle robe cristiane ma – dico – avete visto come recita? È incredibile, incredibile. E Butch Beausoleil, poi, la mitica Butch, certo, che è bellissima e magnetica e funziona così bene sullo schermo, ma non è solo questo, non è la solita bionda, ha come qualcosa…
È tutto perfetto, insomma, tutto ben oliato, anche se in fondo, lo sappiamo tutti, è il regista che conta, l’occhio dietro la cinepresa.
Per questo abbiamo John Self, in persona.

È rozzo, sovrappeso, ignorante, ma ha anche dei difetti. Ama il porno e il lusso e non ha mai diretto altro che spot pubblicitari, quindi è semplicemente ideale per rendere questo film un vero successo. Peccato per le telefonate minatorie che continua a ricevere e per lo strampalato quadrilatero sentimentale che lo invischia fra Selina Street (a proposito di porno), Martina Twain e… ma insomma, nessuno è perfetto. Nessuno, neanche voi che leggete, neanche il pubblico pagante.
John vive fra l’America e l’Inghilterra ed è quasi sempre ubriaco. Spreca tanti soldi, più di quanti ne guadagna, e incarna l’idea platonica del maschio di successo. Il suo habitat naturale è la palude scintillante degli Anni Ottanta – un territorio pericoloso di spregiudicatezza finanziaria e neoliberismo, insomma una giungla in cui serve sempre il ruggito di un leone, o almeno il suo sbadiglio mentre si trascina fra un accoppiamento e l’altro.
John non ha talenti, non è intelligente e soprattutto non gliene frega nulla. Si mangia il mondo a morsi, ora blandendo e vezzeggiando i suoi attori, ora schiacciandoli forte della sua farcitura a base di junk food e di birra scadente. Sa solo una cosa: servono soldi per avere successo e serve qualcuno così ottuso, sfrontato e folle da farne a palate.

La sua storia – immortalata da Martin Amis nel suo capolavoro “Money” – è un caleidoscopio allucinato sul nostro passato recente, un periodo sgargiante d’immotivato ottimismo che flirta costantemente con l’inevitabile tragedia. Le avvisaglie sono evidenti eppure nessuno sembra accorgersene: il baratro a pochi passi da noi non ci spaventa abbastanza da impedirci di scorrazzare fra bevute colossali e scazzottate, salotti opulenti e auto inutilmente potenti – scivoliamo con John verso il disastro, persi in un gorgo di sproloqui che sembrano non finire mai, i deliri di Lorne terrorizzato dalla vecchiaia e il savoir-faire di Fielding Goodney, il finanziatore americano, quello che ce l’ha fatta, la maternità fantasma di Caduta e il culo perfetto di Butch.
Amis è scorretto, cinico, impietoso anche con sé stesso: ogni pagina è un’aggressione e riempie in egual misura di ammirazione e di sgomento per la freschezza delle sue caricature, la verve sottesa a ogni frase, la perfetta resa di un mondo che non c’è più eppure continua a influenzare il nostro presente – a infestarlo con i suoi rigurgiti alcolici di maschilismo, superficialità, eccesso.
Accoppiamenti giudiziosi
Amis fa con le sue storie ciò che Duane Hanson fa con le sculture: la sua ricerca volge spontaneamente alla caricatura, senza bisogno di calcare la mano ma limitandosi a descrivere – nel suo stile unico, vibrante e nevrotico – esattamente ciò che è stata la fine del Novecento.
Semplicemente non distoglie lo sguardo, anzi si insinua in profondità nelle pieghe più sporche della sua epoca, nel cortocircuito di un edonismo cannibale che fa di tutto per divorare sé stesso.

È in questo modo che l’iperrealismo diventa caricatura: l’accumulo di dettagli e l’accettazione delle storture presenti in ogni ritratto rendono i personaggi narrati da Amis e Hanson così familiari da sembrare assurdi, così plausibili da spaventare: l’industria del cinema e il consumismo, la pornografia, l’abuso in ogni sua forma non lasciano indenni i corpi e le menti che attraversano, anzi le rendono
Già a partire dai nomi delle sue creature Amis mette in chiaro la sua volontà di sprofondare con tutto sé stesso nel torbido della sua storia, in cui peraltro fa capolino in un gustosissimo cameo di autofiction: nulla è casuale, nemmeno il fatto che il più castigato e religioso degli attori si chiami letteralmente “sperma” in inglese (ossia “spunk”), né che il nome del divo bizzoso e attempato si pronunci in modo analogo a Long Island, né tantomeno che la matrona della vicenda abbia un appellativo italianissimo, portatore di per sé di presagi nefasti (ogni pagina sembra ricordarlo, ATTENZIONE! Caduta Massi).
Amis come sempre unisce esperienza personale e voyeurismo nel narrare una storia multiforme, caotica e nervosa in cui non esistono eroi ma solo figure miserabili, perverse, egoiste, così spregevoli da fare tenerezza. Si dice che la sua fonte d’ispirazione principale sia stata la sua esperienza sul set di Saturn 3, cui collaborò in veste di sceneggiatore, e che nascosto dietro l’ego ipertrofico di Lorne vi sia quel gigante inossidabile di Kirk Douglas.

Dedicava mesi a ciascuna scultura, ricavando calchi direttamente dai corpi dei suoi modelli e rifinendoli fino a ottenere un realismo quasi perturbante, ma ciò che ne emergeva alla fine non era tanto il ritratto di un singolo individuo, quanto piuttosto l’incarnazione di un personaggio ideale: un archetipo dell’America dei consumi, tanto ordinario quanto inquietante.
Non a caso lo scultore americano ebbe a dire: “I do not love fiction, I love history”.
È Storia maiuscola anche quella di Amis, che ad anni di distanza ancora riesce a far scoprire al lettore contemporaneo le radici marce dei nostri tempi assurdi – tempi che Amis non ha avuto modo di vivere fino in fondo ma che ha saputo intuire per tempo, raffigurandoli con tanta autenticità da mettere a disagio.
In Money l’azione è veloce e confusa come in un’istantanea scattata di fretta: i personaggi sono sempre in movimento, irrequieti, pronti a scappare o a rincorrersi, eppure non si avverte mai nemmeno un accenno di trascuratezza o di voglia di arrivare il prima possibile al colpo di scena – che pure non manca, ma alla fine non importa nemmeno così tanto: Amis ama sguazzare nella lordura di un’epoca talmente ricca di luci da abbagliare, e ci costringe con un ghigno inafferrabile a cercare le ombre, i punti oscuri, per smontare insieme a noi – pezzo dopo pezzo – l’architettura di ipocrisie e menzogne che ancora oggi chiamiamo successo.
