Il racconto – arte bella e crudele – non ammette sbavature: ci sono troppe poche parole a disposizione per poter sopportare quelle sbagliate.
Il romanzo è diverso, dà sempre all’autore la possibilità di diluire gli errori. Le sbavature si sentono di meno e vengono abbondantemente mimetizzate da elementi più evidenti come la struttura, la gestione dei tempi, l’evoluzione dei personaggi.
La short story però segue altre regole: ha fretta, ha poche pagine, non può permettersi il lusso di tergiversare – dunque ogni parola ha un peso diverso rispetto alle narrazioni più ampie, ogni frase conta e può determinare il successo o la sconfitta, ogni storia è un congegno calibrato in cui tutto ciò che non è indispensabile spesso diventa di troppo.
Qualcuno parlerebbe di claustrofobia, io parlo di bonsai: l’arte di mantenere piccole le storie che altrimenti crescerebbero fino a devastarti la casa con le loro radici, le loro fronde. Scrivere racconti, in un certo senso, è ammansire una bestia che è sempre pronta a esplodere e divorarti.
Bestie, piante, esseri viventi che da sempre accompagnano la vita umana e s’ibridano in essa in miti, favole, incubi – metamorfosi degne di Ovidio o dello sciamanesimo: il racconto è l’arte di alludere, suggerire senza svelare, scegliere e tagliare.
Per questo non si può restare indifferenti di fronte a una scelta così precisa, tagliente e acuta come quella di Julia Armfield, che cesella una ad una le sue storie e le adorna di frasi perfette. Le sue parole sono incisive, originali, né troppo letterarie né troppo colloquiali.

Scrive: “Non ti rendi conto di come respira una città finché non cambia il suo modo di dormire”.
Scrive: “Il tempo, nel suo senso più chiaro, è stato abbandonato da qualche parte nei lunghi sonni e nella deriva senza ore”.
Scrive: “Cielo mattutino, sussulto di viola, come la parte buia in fondo alla gola”.
O ancora: “L’improvvisa mediocrità delle cose nella luce dell’orario di chiusura”.
E il lettore resta sospeso per un attimo nella delizia di una visione così netta eppure fresca, spietata – la lama di una mantide pronta a decapitare il partner.
Aprendo a caso Mantide, la raccolta che per prima ha fatto conoscere il talento di questa autrice in Italia, si resta come congelati di fronte a frasi così compiute e pulite da abbagliare: Armfield ha la rara abilità di dosare lirismo e crudeltà in ogni suo scritto, senza rinunciare a una robusto intreccio weird capace di trasformare le situazioni più ordinarie in visioni conturbanti.
Così ci porta dentro città senza sonno, facendoci sorvolare ragazze prossime alla trasformazione in insetto, concerti selvaggi e liberatori, apocalissi in alto mare, scomode resurrezioni e singolari sorellanze fra umani e lupi.

Il terreno del fantastico è ben visibile, ma Armfield non si preoccupa di scavalcarlo ogni volta che serve, con la grazia di una predatrice: la sua voce elegante e lucida affonda così in un immaginario originale, ibridando i temi cari alla letteratura weird con riflessioni non scontate sulla vita di coppia, sull’abbandono, sul significato dell’essere donna nel nostro secolo malconcio.
Le metafore però non sono evidenti, anzi spesso si annidano nei silenzi e nelle scene di passaggio che fanno da sfondo alle vicende che vengono narrate: c’è abbastanza ombra per poter immaginare le conseguenze dei profili più assurdi di ogni storia. Eppure la trama non viene mai penalizzata: al contrario, trova esaltazione nelle strade che volutamente vengono lasciate aperte.
Quella di non percorrere ogni possibile epilogo e di lasciare sospeso il filo della trama è dunque una scelta deliberata che contribuisce alla costruzione di storie raffinate, vitali e soprattutto profondamente umane.
Accoppiamenti giudiziosi
Il corpo che cambia, l’eterno incontro fra umano e animale, il sogno, il desiderio, la femminilità come spioncino da cui indagare la realtà sono solo alcuni degli elementi che Armfield ci lascia intravedere nei suoi racconti, ma sono anche le suggestioni che possiamo ritrovare nella carriera di Kiki Smith.

L’artista statunistense, infatti, si è cimentata nel corso del tempo nelle tecniche più tradizionali – dalla terracotta all’arazzo fino all’incisione, pratiche antiche quanto l’arte del racconto breve – per rappresentare la complessità e la mutevolezza della condizione umana.
Il focus principale del suo lavoro – come del resto della raccolta di Armfield – è spesso il corpo femminile: esplorato con amore e attenzione, senza filtri, in un dialogo costante fra vita e morte, lirismo e materialità.
La ricerca di Smith procede quindi parallela a quella di Armfield nel territorio buio e seducente che collega l’essere umano all’animale e grazie a queste incursioni temerarie arriva a definire quella che lei stessa chiama una “cosmografia contemporanea”: mappare l’universo come se fosse un corpo che respira, crea vita, si decompone senza mai svelare del tutto il suo mistero, il fascino buio che lo anima e innerva dall’interno.

Curiosamente Smith parte proprio dalla scultura di organi umani per risalire lentamente all’intero – la donna, la riconquista del proprio corpo, la spiritualità, una fragilità condivisa con tutti gli altri esseri viventi.
Se Smith arriva agli animali cercando una continuità organica con l’essere umano, Armfield sembra procedere in senso opposto, lasciando germogliare i propri racconti dalle suggestioni di fiabe e racconti popolari in cui il confine fra bestialità e umanità è sempre sfumato: il suo focus resta la donna, il corpo femminile, il modo di cambiare ed evolvere che ci rende simili agli insetti, la violenza innata del trasformarsi, il superamento della perdita e le relazioni sublimate nell’assurdo – un cosmo, anche qui, irrequieto e vivissimo, un panorama devastato e meraviglioso in cui ritrovare noi stessi e le assurdità delle nostre esistenze.
Alla fine del libro si ha ancora fame, si vorrebbe continuare a provare ancora la sensazione di stupore e meraviglia che si sperimenta ogni volta che si inizia una nuova storia, allora ci si interroga su quello che si è appena vissuto, si sfoglia a caso cercando una frase che prima era sfuggita, un indizio per decriptare ogni mistero, una chiusura perfetta che argini il narrato in un recinto ben sorvegliato.
È inutile provarci, però, i racconti sono troppo selvatici, troppi vivi. Evaderanno sicuramente e torneranno a cercarvi. Non serve cercare fra le pagine – basta chiudere la copertina e lasciarsi attraversare finalmente dal mistero.
