Napoleone, Gesù Cristo, Leonardo Da Vinci, Confucio: tutti impallidirebbero di fronte alla maestà di Dino Egger. Tutti si chinerebbero al suo cospetto per riverenza o timore, o anche solo per potersi vantare in un secondo momento di essersi inchinati a un personaggio di questo calibro. Tutti ne sarebbero sopraffatti, certo, se solo esistesse.
Eric Chévillard non è nuovo a questo tipo di romanzi: libri che s’incapricciano con un paradosso e lo portano alle estreme conseguenze in un franare controllato di parole – una prosa scorrevole ed elegante ma non per questo innocua, anzi incline a folleggiare là dov’è proibito portare scompiglio, nel tempio sacro della letteratura.
È geniale in questo caso l’idea su cui incardina la sua opera, attorcigliando liste e note a un delirante monologo: l’assenza di una persona fondamentale per la storia dell’umanità che – a quanto risulta – non ha mai avuto l’occasione di nascere.

Dino Egger. Uno scienziato? Un ribelle? O forse un conquistatore da temere e di cui innamorarsi, un artista capace di muovere le masse con le sue pennellate rivoluzionarie, un cavernicolo, novello Prometeo, un ragazzino nobile e viziato predestinato a un’esistenza di rilievo oppure uno scugnizzo destinato inaspettatamente a grandi cose.
Il fatto che non sia mai esisto non demoralizza il suo biografo, anzi lo sprona a prodigarsi in una follia compilatoria che esplode verso tutte le possibili declinazioni di una vita così eccezionale da non poter esistere.
Chévillard, con la sua voce narrante di Albert Moindre, presa in prestito da un altro dei suoi romanzi, ci trasporta così nel mondo frastagliato delle ipotesi, dileguandosi nel fluire torrenziale di un romanzo che non ha bisogno di trama né di personaggi per fare vera letteratura.
Trasognato, confabulante, ricchissimo eppure esile, Dino Egger si conferma già dalle prime pagine una lettura anomala e deliziosa con cui sfidare la logica e il nostro innato bisogno di punti fermi e coordinate.

Accoppiamenti giudiziosi
Sebbene sembri vagare erraticamente attraverso congetture e rêverie difficilmente classificabili, Dino Egger è in realtà un discorso abbastanza coerente attorno a un tema centrale ben delineato: come viene a esistenza una persona e – soprattutto – cosa serve affinché una persona “diventi” reale.
Non è certo indispensabile avere un corpo, né essere nati biologicamente: ce lo insegnano da un quarto di secolo i Gorillaz, che sin dagli albori della loro carriera musicale hanno costruito una lore stratificata grazie a videoclip, materiali promozionali e interviste.
Come Dino Egger, anche i membri della band infatti non esistono, almeno non nel senso tradizionale del termine: nati dalla cooperazione del musicista Damon Albarn con il fumettista Jamie Hewlett, tutti i componenti del gruppo sono personaggi animati, ognuno con la sua storia e il suo arco narrativo.
Murdoc Niccals è il bad boy con idee geniali e folli e destinate a trascinare tutti in fallimenti disastrosi. È lui ad avere investito in due occasioni distinte il frontman 2-D, talentuoso e naïf. La chitarrista Noodle ha un’origine più bizzarra: arrivata agli studios in una cassa della FedEx, era una bimba prodigio oggetto di esperimenti finalizzati alla creazione di un super soldato. Il batterista Russell Hobbs invece è stato posseduto dagli spiriti dei suoi amici morti dopo una sparatoria.
Queste storie li rendono esistenti? Il fatto che si possa fare un tour virtuale della loro casa di produzione li rende vivi quanto i loro autori? No, certo, però indubbiamente tutto questo movimento crea qualcosa – una perturbazione nella non-esistenza, un cambio di regole che mette in crisi la linea di demarcazione fra realtà e finzione.

I Gorillaz continuano a pubblicare album mano a mano che le loro biografie – fittizie ma non per questo meno vere delle nostre – avanzano lungo un percorso accidentato e grottesco: Murdoc costruisce una gigantesca isola artificiale, fonda una setta, finisce in prigione, Noodle cresce e da bambina emarginata diventa una sorta di fulcro di maturità per la band, 2-D si allontana sempre di più dal ruolo di vittima e Russell sperimenta sul suo corpo gli effetti dell’inquinamento ambientale e del degrado del mondo.
È proprio con l’ultimo album – il bellissimo The Mountain – che il gruppo si confronta finalmente con una tematica fondamentale per poter comprendere appieno la vita: la morte. Partendo dalla scomparsa dei padri di Albarn e Hewlett, i Gorillaz si liberano da ogni guscio di virtualità rassicurante e sperimentano direttamente l’umanità, con ogni suo risvolto, planando della loro posizione di esseri bidimensionali e immortali fino in India, a Varanasi, per avvicinarsi a un’idea diversa di morte e conoscere così anche una diversa concezione della vita.
“In Occidente, la morte è definitiva,” ha spiegato Hewlett. “In India, invece, la tristezza nasce dal sapere che non vedrai più quel familiare in questa forma, ma celebriamo l’idea che ricomincerà”.
Il loro nono album si muove così in un’Asia liminale che sfuma la vita nella morte e la realtà nell’ultraterreno, fra atmosfere eteree e ritmi capaci di valicare i confini d’Europa, alternando sacro e pop con collaborazioni e campionamenti recuperati da persone che non ci sono più e che pure esistono, ancora, per sempre, anche se solo nella forma rarefatta dei ricordi.
Anche Dino Eggers non esiste, anzi la sua non-esistenza è così assoluta da tracimare dal romanzo che porta il suo nome al nostro mondo di carne ed ossa, eppure da vero protagonista si dimostra un’entità camaleontica e ricchissima, capace di tenere sulle sue spalle il peso di una narrazione fiume grazie al delirio creativo del suo sedicente biografo: come per i Gorillaz, la non-esistenza non impedisce l’arte ma anzi la eleva sopra gli accidenti di una vita normale e cristallizza anche le vite immaginarie in invenzioni brillanti. D’altronde, non è forse quello che fanno le divinità? Creare con la propria assenza…
