Bastano due pagine per scrivere un racconto perfetto: certe volte non serve dilungarsi per riempire lo spazio, certe volte è proprio il vuoto a far paura. Come il mare aperto, lo spazio profondo.
Brian Evenson, nei racconti riuniti in Canzone per il disfarsi del mondo, ci mostra proprio questo: non ci sono fili conduttori o logiche da seguire, c’è solo un baratro che immobile attende il lettore. Come sott’acqua, la mancanza di coordinate disorienta e attira in trappola. Si ha l’impressione di lottare per riemergere – ancora un secondo, trattenendo il respiro – eppure si sta solo nuotando verso la fine buia di una caverna in cui è accumulata tutta l’angoscia del mondo.
Evenson parte con una stilettata da maestro, Non importava dove guardassimo: una storia brevissima, al limite della flash fiction, che nella sua totale assurdità riesce a soggiogare il lettore con una vicenda piena di ombre e proprio per questo così seducente e ben calibrata.

Poi la raccolta evolve, si espande, almeno nella dimensione, ma rifiuta categoricamente di ricercare uno schema rassicurante: certo alcune tematiche ritornano, alcune tipologie di disagio sembrano richiamarsi fra le varie short story, ma è solo un’illusione. Non ci sono appigli, non ci sono segreti nascosti da decifrare per dare un senso al mistero che s’insinua fra le pagine, c’è solo la paura.
Pura, semplice, antichissima: la paura evocata dalle parole di Evenson gioca coi generi e corteggia il lettore con vicende opache, pronte a disfare la normalità dentro la follia, oppure talmente distanti da diventare pura fantascienza: troviamo padri rapitori, doppelgänger crudeli, strane forme di vita aliene o demoniache che predano gli esseri umani per indossarne la pelle e girare indisturbate, scenari post apocalittici e futuribili che ci permettono di contemplare nuove sfumature delle medesime minacce: la crudeltà umana, l’egoismo, le scelte difficili che siamo chiamati a compiere nella nostra vita.

Le vicende raccolte nel libro sembrano alludere costantemente a qualcosa che sta ai margini del campo visivo di chi osserva, una paura radicata e moderna: la perdita d’identità.
Non è difficile infatti intravedere fra i personaggi di Eveson – perennemente in bilico fra razionalità e follia – i profili distorti di corpi rubati e deformati, personalità che deragliano verso versioni inquietanti di sé stesse o persone che si smarriscono, come nelle fiabe, e cambiano irreparabilmente.
La domanda alla base è sempre la stessa: chi sono io? Chi è il mostro?
La raccolta si snoda così in un campionario variegato di terrori che dimostrano di saper dosare tempi e toni con la parsimonia di uno speziale. Non troverete una parola di troppo nelle storie di Evenson, né un dettaglio rivelatore che vi aiuti a orientarvi e vi dia la sensazione di aver capito cosa si nasconde sotto la superficie.

Accoppiamenti giudiziosi
Di identità e trasformazione parla anche l’iconica performance Transfiguration di Olivier de Sagazan.
L’artista francese, nato in Congo nel 1959, recupera l’estetica di Francis Bacon per un’esibizione in cui è il suo stesso corpo a divenire opera d’arte: pittura, scultura e teatro si combinano così mano a mano che l’artista si deforma ed evolve grazie a strati di argilla e pigmenti che ne cancellano progressivamente i connotati.
Polvere, trucco, forse solo suggestione: bastano pochi ingredienti perché Sagazan perda completamente la propria identità. Ma chi o cosa diventa l’artista quando la performance lo trasforma completamente? Come Evenson, anche Sagazan esplora il confine sottile che divide noi stessi dalla mostruosità con cui conviviamo: fra interiorità ed esteriorità, l’orrore ci costringe a interrogarci su cosa realmente ci renda noi stessi.

Le nostre convinzioni, la coscienza, i nostri valori? O forse solo la nostra forma: gli occhi, la pelle, le mani, una reputazione da difendere, un segreto da tenere ben celato?
Sagazan presto diventa un animale ignoto che terrorizza e seduce, parlando una lingua muta che solo i corpi riescono a decifrare senza l’uso della ragione: collassano le sovrastrutture morali, le barriere fisiche lasciano filtrare visioni sconcertanti che mettono in discussione la nostra percezione del reale.
Alla fine ci si chiede come faccia a respirare, se sia ancora umano sotto l’argilla levigata fino a renderlo un guscio perfetto, un fantoccio che mima l’essere umano e le sue forme per spogliarlo di ogni dignità, di ogni artificio e dunque di ogni difesa.
La Canzone per il disfarsi del mondo recupera questo immaginario grottesco e proietta le sue inquietudini su scenari familiari e fantascientifici, levando uno strato alla volta il trucco che cela al mondo il mostro che siamo diventati. Restano il disagio, il bisogno di guardarsi allo specchio, la sensazione che sia meglio smettere, meglio chiudere la porta di casa.
Poi alla fine Sagazan si ripulisce, ritorna umano, il libro si chiude e si rifugia sullo scaffale a ingiallire, il lettore prende fiato – è tutto finito, tutto finito. Risuona solo una domanda, la solita, per sempre: chi sono io? Chi sono?

Bonus
- Il sito ufficiale di Olivier de Sagazan,
- Una ripresa video della performance Transfiguration effettuata in studio.
Le immagini del presente articolo sono incorporate dal sito di Olivier de Sagazan, cui si rimanda per ogni riferimento.

Canzone per il disfarsi del mondo
Brian Evenson– trad. Luciano Funetta – nottetempo, 2026
