“Bim Bum Bam Ketamina” di Claudia Grande

Esiste un universo colorato e ultraviolento in cui personaggi senza senso vagano, s’incrociano, s’ammazzano e si accoppiano furiosamente (non necessariamente in quest’ordine).

Esiste un universo – ed è più vicino di quanto si pensi – in cui ciò che conta è fare chiasso e apparire per provare a inculcare nella testa degli altri che esistiamo anche noi.

Tutti avranno quindici minuti di celebrità (o quindici pagine?), tutti finiremo saturi e satolli in un fermo immagine televisivo che ci fa sembrare così giovani e lisci e colpevoli da fare tenerezza: saremo teneri barbari invischiati nel pantano televisivo di un paese decrepito, saremo fragili creature imberbi da sfruttare e vendere senza sosta come i prodotti colorati delle pubblicità (sappiamo, nel profondo del nostro cuore, che è tutto una menzogna: la panna è schiuma da barba, il ghiaccio è gel, è tutto finto, nelle pubblicità, è tutto apparenza, come nella vita vera).

Claudia Grande si muove con disinvoltura nella wasteland dei millennial – cresciuti a suon di reality e tv spazzatura e svezzati dai social, dai filtri, dalla pornografia di massa di una vita quotidiana indegna di esistere – grazie a quadri che ricordano visioni o racconti o deliri più che un vero e proprio romanzo unitario: il suo esordio, “Bim Bum Bam Ketamina”, odora di plastica e stranamente ci piace, ci dà assuefazione come una droga potentissima e illuminante.

Keiichi Tanaami, Phantasmagoria with Skull (2016)

La sua voce è fresca e sicura e dà vita – soprattutto in alcune riuscitissime sezioni del libro – a squarci grottescamente perfetti, che ci gettano negli occhi le fissazioni dei nostri tempi come una manciata di coriandoli sporchi.

Nel libro ci sono parentesi atrocemente divertenti e momenti di disperazione, c’è soprattutto un’interpretazione originale ed eretica del mondo isterico della comunicazione e dei mass media, oltre che un’analisi feroce del rapporto che ognuno di noi intrattiene col lavoro e col denaro.

Il protagonista, il proteiforme Roberto, è un uomo senza qualità, un inetto del nuovo millennio che comprende e conosce intimamente l’insensatezza del mondo intero e sceglie così di mettersi in vendita – anzi in affitto – per arrivare fino in fondo al gorgo di paradossi e deliri che è la nostra vita appesa e precaria.

Lavora per influencer, registi, scienziati, imprenditori senza scrupoli, in un susseguirsi di situazioni assurde che corteggiano la satira, la fantascienza e l’horror senza mai tracimare in uno di questi generi: leggendo i vari episodi che compongono il libro non si può restare indifferenti, si comincia anzi a ridere già dalle prime righe con un ghigno malefico, disilluso: come sempre si ride innanzitutto di sé stessi, amaramente.

I personaggi di Claudia Grande funzionano perché sono esagerati e kitsch. Già dalle prime righe protagonisti e comparse si rivelano figure del tutto irrealistiche e caricaturali e proprio per questo terribilmente plausibili: ci sono influencer che si mutilano per i follower, registi che ammazzano bambini per cercare la performance perfetta, disinfestatori nevrotici e suicidi professionisti, ci sono Amadeus e Benedetta Rossi, campioni di quiz televisivi dal passato oscuro e ragazze obese che prestano la propria voce al corpo bellissimo della sorella pur di creare la donna-oggetto perfetta.

È un caravanserraglio rumoroso e sporco, è una galleria di ritratti che zoppicano, incespicano, divampano, esplodono: è la nostra benamata televisione che si commuove e sghignazza nello stesso istante, è l’Italia intera che diventa parodia di sé stessa e che si guarda con rassegnazione mentre ristagna in una deriva camp ed esilarante.


Accoppiamenti giudiziosi

Se fossimo a scuola (e non lo siamo), Claudia Grande sarebbe promossa a pieni voti. Se fossimo in uno slasher degli Anni Ottanta (e non lo siamo, vero?), sarebbe la final girl che sopravvive a un eccidio brutale e illogico. Se fossimo a una mostra d’arte sarebbe Keiichi Tanaami che posa sorridente davanti alle sue opere brulicanti.

Keiichi Tanaami nel suo studio di Tokyo (ph. Lance Henderstein)

Grande e Tanaami hanno molto in comune, a partire da un uso efferato e provocatorio dei capisaldi di un certo linguaggio pop che si mimetizza ora come cameo ora come vero atto iconoclasta.

Tanaami, idolo della pop art giapponese, si dedica infatti dagli Anni Sessanta a lavori vividi e minuziosi in cui s’intersecano e si moltiplicano riferimenti alla tradizione giapponese e personaggi della cultura popolare americana o internazionale come Topolino o Marilyn Monroe, in un carnevale di colori, bombe, esplosioni, animali, corpi femminili dalla sessualità esasperata.

La sua arte lascia aperte molte domande e si presta ad essere interpretata come esplorazione di un disagio e di un trauma, quello della collisione forzata fra due culture molto diverse, avvenuta con il secondo conflitto mondiale.

Keiichi Tanaami, Three fragments – Part 1 (2016)

Oriente e Occidente, ma anche nuovo e vecchio si scontrano così in un mondo carico di colori smaglianti e di campiture farcite di riferimenti non sempre difficili da riconoscere: come in “Bim Bum Bam Ketamina” lo spettatore diviene in qualche modo protagonista, attraverso il suo immaginario composito di idoli pop e fantasie prodotte in serie.

Tanto il romanzo di Claudia Grande quanto le opere di Tanaami sono però anche satira, psichedelia, preveggenza, autoironia: in queste carrellate di personaggi eccessivi la proliferazione di figure microscopiche e pattern diviene un sogno sgargiante che al contempo atterrisce e diverte dietro la patina di una solo apparente leggerezza pop.

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