“Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline

Arrivano periodi nella vita in cui si avverte il bisogno di confrontarsi con qualcosa di enorme, di essere soverchiati.

A me è capitato prendendo in mano, dallo scaffale su cui era coscienziosamente riposto, Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline.

La mia copia – una prima edizione italiana targata Corbaccio – mi dà l’idea di qualcosa di sacro e proibito: la parte più interna del tempio, un segreto per iniziati, qualcosa che solo gli eletti meritino di vedere. Sul retro ci sono bolli di sovrapprezzo risalenti agli Anni ‘40. Il dorso è rugoso come il viso di mio nonno, sono praticamente coetanei.

Mi chiedo quanta storia sia passata addosso a mio nonno e al libro che tengo in mano: cosa si poteva dire in Italia nel 1933? Cos’era osceno per l’epoca?

Céline di sicuro non era una lettura rassicurante per gli occhi addomesticati e chiusi dei vari regimi che nel Novecento hanno appestato l’Europa: il primo editore francese che valutò il manoscritto lo bollò come “romanzo comunista” e nella riedizione italiana del 1942 in pieno delirio censorio fascista fu tagliato un centinaio di pagine.

Il romanzo però è nato lo stesso e si è portato dietro la mauvaise réputation del suo autore: scostumato, anarchico, nichilista, depravato, filonazista, antisemita, genio.

Céline è forse tutte queste cose messe insieme e anche il suo libro più celebre si nutre di queste complessità umane per elaborare un affresco difficile e profondissimo sulla battaglia del genere umano con sé stesso e con la modernità.

La traduzione di questa prima versione italiana è sicuramente casereccia, ma nel complesso ben si sposa con lo spirito dell’opera: l’argot finemente studiato e riprodotto da Céline si tramuta così in un toscanaccio saporito, le parole cambiano, è vero, si perde un po’ la musica ma restano la puzza, la follia e il sapore pepato delle vicende che s’intrecciano sulle pagine.

Ciò che importa come sempre è la storia. Il traduttore italiano Alex Alexis (pseudonimo di Luigi Alessio) di storia ne ebbe molta e fu a suo modo protagonista nel momento in cui confezionò, d’intesa con l’editore Gian Dàuli, la prima traduzione mondiale del capolavoro céliniano. Per farlo si affidò a un linguaggio innovativo per l’epoca, sfruttando al massimo le possibilità espressive garantite dalla lingua colloquiale e da alcuni dialettismi.

Il libro, com’è noto, parla di un alter ego dell’autore, Ferdinand Bardamu, e del suo viaggio attraverso il primo Novecento: il suo vagare è una salita al calvario della modernità, è un viaggio esemplare che nel continuo spostamento immortala l’impossibilità di fuggire da questo mondo.

Lo seguiamo così mentre la guerra lo trascina fra spari e ricoveri, fra la follia e il letto caldo di un’infermierina americana, e poi ancora in Africa, nei relitti ammorbati dal caldo e dalle pestilenze del colonialismo francese, e ancora in America, nella terra delle opportunità che scintilla d’isolamento e di ricchezza irraggiungibile.

Bardamu traballa sempre sul crinale sottile che divide la realtà dalla follia: non è un caso che le sue vicende assumano talvolta i connotati di un sogno o di un incubo e che la sua vita s’intrecci a più riprese con le apparizioni dell’enigmatico Robinson, doppelgänger malefico e squinternato del protagonista ma anche emblema vivente del passato che continua a tornare a tormentarci.

Robinson è la versione peggiore ma forse più autentica di Bardamu: in lui furoreggiano le caratteristiche che nel protagonista baluginano come pensieri abbozzati. È l’eccesso della spregiudicatezza, della malattia, dell’irrequietezza che affligge ogni essere umano, è il doppio di chiunque legga la pagina e si trovi, anche solo per un momento, a dubitare di essere una buona persona.

Ferdinand Bardamu ne è sicuro. Non esistono brave persone, non esiste via d’uscita. La sua vita malmenata lo porterà nelle banlieue del mondo e dentro le ferite suppuranti di un Novecento martoriato, incapace dopo la Grande Guerra di far pace con sé stesso: Dio è morto e anche l’uomo non se la passa bene, solo al centro di tutto questo vorticare.

La Stampa, con grande sensibilità e lungimiranza, annuncia la morte di uno dei massimi autori nella storia della letteratura etichettando le sue opere come libri dal “successo fugace”, “pieni di oscenità” e in “squallida decadenza”.

Céline mentre scrive non ha paura di sporcarsi le mani e continuamente si fruga dentro, ben sapendo che alla fine scoprirà – fra il cuore e gli organi meno nobili che la guerra e la miseria hanno ammaccato e devastato – solo un enorme vuoto, una mancanza di senso e di risposte che non è destinata a rimarginarsi.

Céline e il suo protagonista, in fondo, sono entrambi medici: sono abituati alla malattia e alla rovina degli organismi e nel romanzo lasciano talvolta trapelare visioni degne del Grand Guignol, che fanno da sfondo a una panoramica impietosa e universale sulla miseria dell’essere umano.

La triste verità a cui giungono è che la medicina non può nulla contro le storture dello spirito come la meschinità, l’avidità e la crudeltà che affliggono ogni personaggio così come ogni lettore.

Nessuno è indenne, nessuno è immune.

Ciò nonostante il romanzo non diventa mai moralista né cupo: c’è spesso una sottile ironia di fondo che strappa un ghigno alla più febbrile disperazione, c’è sempre un lato meno sporco da lucidare, qualcosa che riesce a rendere struggente il nostro delirio.


Accoppiamenti giudiziosi

Ho avuto la fortuna di leggere Céline dopo essere stato assuefatto al fracasso dei suoi eredi, specie quelli d’oltreoceano. Ne ho così apprezzato la purezza e l’originale autenticità dopo aver conosciuto emuli e idolatri, dopo aver compiuto il mio personale viaggio nella notte.

È infatti indubbio che il modo di fare letteratura di Céline – maledetto, trasandato, visionario – abbia prodotto una grande risonanza in tutto il mondo e sia arrivato fino a noi tramite influenze, ispirazioni e (perché no?) veri e propri furti.

Céline ancora vivo quando il suo culto contagiò artisti del calibro di Ginsberg & Burroughs, che andarono in pellegrinaggio al suo buen retiro di Meudon fra cani, gatti e pappagalli, per poterlo onorare di persona.

Céline all’epoca aveva la barba incolta, indossava maglioni consumati e vecchi pantaloni legati con una corda. Non doveva sembrare molto diverso da Frank Gallagher di Shameless.

E proprio Shameless appare come un erede televisivo e pop della miglior verve céliniana: come buona parte della transgressive fiction americana, a prescindere dal medium impiegato, anche in questa serie politically incorrect l’esplorazione della miseria umana avviene con un’ironia feroce e spietata, che toglie ad ogni personaggio qualsivoglia parvenza di bontà assoluta.

Non esistono persone buone, non fino in fondo. Non esiste neanche la cattiveria, in compenso: esiste solo il bisogno di qualcosa che non si riesce a definire e che porta ogni nostro piano a naufragare, ogni nostro sogno a infrangersi contro l’indifferenza di tutto ciò che ci circonda.

Come i Gallagher, protagonisti della serie, anche i personaggi di Céline dimostrano che è impossibile fuggire, anche se lo fanno in modo molto diverso: i primi infatti ristagnano in un quartiere degradato, mentre i secondi continuano a vagare tra continenti diversi solo per scoprire che il mondo in un certo senso è sempre uguale a sé stesso.

La realtà che viene rappresentata in entrambe le opere è – come ebbe a dire Gian Dàuli riferendosi al Voyage – basata su un “formidabile verismo intellettuale”

La narrazione si basa infatti su un’elaborazione vissuta “attraverso l’intelletto piuttosto che per realtà vissuta” e quindi acquisisce i connotati ora del delirio, ora della spacconeria da bar, ora dell’incubo ad occhi aperti.

Dove porta il viaggio, allora? Il viaggio non esiste, è un’illusione di fuga, è una discesa immobile che ci porta a scavare dentro noi stessi per provare a guardare alla realtà senza illusioni e romanticismi, col solo filtro debilitato e febbricitante della nostra personalissima follia.

Non è forse questo il realismo più autentico?


Curiosità

Il piccolo Bébert, unico personaggio del Voyage a cui l’autore e il protagonista sembrano sinceramente affezionati, darà il nome anche al gatto che sarà adottato da Céline e da sua moglie Lucette negli anni Quaranta e che li accompagnerà a Sigmaringen e quindi in Danimarca, durante la loro precipitosa fuga dopo lo sbarco degli Alleati nel 1944.

A questo gattone tigrato e alla vita randagia che condivise con Céline è dedicata la biografia “Bébert. Il gatto di Louis-Ferdinand Céline” (La Vita Felice) scritta dal giornalista Frédéric Vitoux.

Louis-Ferdinand Céline con il suo gatto Bébert

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