“Pedro Páramo” di Juan Rulfo

Quando penso al Messico non posso fare a meno di pensare agli scheletri: la Santa Muerte, le decorazioni sgargianti del Día de los Muertos, la tradizione azteca di ostendere i teschi sullo tzompantli, i sacrifici umani.

La cultura messicana ha uno strano rapporto con la morte, più giocoso ma anche più profondo di una semplice paura della fine: è un’amicizia che dura da secoli quella fra le popolazioni mesoamericane e i defunti, che secondo le leggende continuerebbero a vivere in mondi paralleli al nostro senza mai svanire veramente.

Non pare quindi strano guardare al Messico come a una sorta di porta per l’altro mondo, con la sua storia adombrata di sacrifici e rivoluzioni che ibrida in un impasto unico l’esperienza europea con i miti delle genti precolombiane.

È una terra di confine, di fini e nuovi inizi, di fughe e di confronti: è una cesura fra gli Stati Uniti e il Sud America, una cerniera che aprendosi lascia passare la meraviglia e l’irreale. Qui finisce il West con i suoi sogni di gloria e la sua narrativa di frontiera. Qui comincia la discesa verso l’oltretomba, qui comincia il realismo magico.

Incarna alla perfezione questa ambiguità, in un’atmosfera sospesa fra sogno e veglia, un romanzo minuto ma dotato di una straordinaria eco: Pedro Páramo di Juan Rulfo.

José Guadalupe Posada, Calavera Bolshevik (ca. 1910)

Non è un caso che Gabriel García Marquez abbia modellato l’incipit di “Cent’anni di solitudine” proprio a partire da un passaggio di questo romanzo:

Padre Rentería doveva ricordare per molti anni quella notte in cui il letto troppo duro lo tenne sveglio e lo costrinse ad alzarsi ed uscire.

La storia di Pedro Páramo è indissolubilmente legata a quella del Messico: è una vicenda di morti e di vivi, di tempi che si confondono, di ribellioni.

L’autore sceglie per la sua opera una struttura frammentata e polifonica che – pur nella brevità del romanzo – riesce comunque a disorientare completamente il lettore, presentandogli una raffica di visioni e voci che prendono subito una strada inquietante, ben lontana dal carnevale di colori cui ci ha abituato Márquez.

Pedro Páramo è l’esatto contrario: è una confusione sinistra, in bianco e nero, è un’opera ctonia che mischia il piano dei viventi con quello dei morti con una nonchalance tale da risultare terrificante e seducente in egual misura.

Juan Rulfo ci porta così con la sua voce delirante nel cuore di un Messico surreale, in una cittadina sospesa fra realtà e ricordo e sommersa dalle voci di chi un tempo vi abitò.

Tutto avviene in una preoccupante complanarità: si congiungono sulla stessa pagina eventi temporalmente lontanissimi, vivi e morti, futuri e passati e trapassati.

Il protagonista, Juan Preciado, si immerge nelle incongruenze di questo paesaggio confuso per una promessa fatta alla madre morente: deve finalmente conoscere suo padre, Pedro Páramo, possidente terriero e fulcro dell’intera narrazione.

Páramo compare adolescente e adulto e anche anziano, indifferente come una sfinge o sfinito dal dolore. Si materializza come una statua stranamente solida nei mormorii che assillano il giovane Preciado nella sua singolare catabasi: Don Pedro è una figura troppo ingombrante per accettare di restare nell’oltretomba, è un protagonista anche se l’autore prova a riservagli un ruolo da comparsa.

Così il romanzo diventa la sua storia e la sua storia diventa quella dell’intero Messico straziato dalla violenza e dalle rivoluzioni ma anche da uno strano amore per la vita che lo porta continuamente a rimescolarsi nella sua pagina di polvere e oblio per risorgere e tornare a parlare.


Accoppiamenti giudiziosi

Rulfo e il suo libro ebbero una storia singolare: ammirati da autori come Susan Sontag, Julio Cortázar e Jorge Luis Borges, non conobbero immediata fortuna all’epoca della prima pubblicazione.

Il romanzo durante la stesura cambiò titolo più volte, assestandosi finalmente su “I mormorii” prima di essere nuovamente ribattezzato dall’editore col nome con cui oggi è universalmente conosciuto.

Rulfo – un orfano cresciuto da solo in un Messico di ombre e memorie taglienti – spaccò la critica e sconvolse il pubblico con un lavoro che suscitò da subito reazioni molto contrastanti.

Richard McGuire, Qui (dettaglio)

A quasi settant’anni di distanza Pedro Páramo non ha perso la sua aura mistica da oggetto di culto per iniziati: la sua scrittura è a tratti respingente, si sviluppa secondo una struttura che pare slegata e poco organica, presenta i personaggi come figure evanescenti, proprio come voci udite per caso nel vento.

Eppure la sua forza travolge intatta i lettori: è impossibile non sentirsi sedotti da questa galleria polverosa di morti che turbinano e si mostrano fugacemente come veri spettri o memorie di un passato.

Che un luogo possa farsi medium fisico per la memoria è un concetto ampiamente approfondito dalla letteratura: ciò che stupisce è però la capacità di Rulfo di creare un’intera architettura col nulla, forgiando edifici e strade e vite con il materiale invisibile della reminiscenza.

Cosa rimane di chi ci ha preceduti?

La ricerca del padre per Preciado si tramuta in un percorso esiziale destinato a condurre nel luogo misterioso e buio che unisce il mondo prima della nascita a ciò che segue la morte.

La stessa operazione – sempre partendo da un’ambientazione sostanzialmente uniforme – verrà portata all’estremo da un graphic novel incredibile: Qui di Richard McGuire.

Richard McGuire, Qui (dettaglio)

In questo libro la complanarità di tempi diversi trova la sua espressione grafica più alta, grazie a riquadri che aprono squarci su altre epoche concentrandosi sul medesimo luogo, una casa qualunque.

Le memorie – i mormorii? – restano e permeano le diverse stagioni come le voci degli abitanti che furono, come le molecole che si riassemblano in una continua reinvenzione del reale, in uno stratificarsi di tempi che dalla preistoria si sommano e intersecano fino a formare un mosaico fitto e ipnotico, incredibilmente complesso da comprendere.

Come in Pedro Páramo, anche qui la prospettiva dell’autore è talmente alta da dare le vertigini: è una visione eccessiva per i nostri occhi umani, è una dimensione che dovrebbe essere preclusa ai nostri sensi.

La carta però consente anche questo e compie il miracolo di regalarci la vista assoluta di chi presiede al tempo e sovrasta gli eventi da un punto panoramico privilegiato: possiamo conoscere tutto ma senza comprenderlo fino in fondo.

Forse sono i mormorii il vero problema, è tutto questo passato che scalcia e sgomita per trascinarci indietro o per buttarci ferocemente in avanti.

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