“Cursed Bunny” di Bora Chung

Guardando il planisfero – almeno la versione eurocentrica che è appesa nelle classi delle nostre scuole elementari – si nota subito come certe zone della Terra appaiano deformate: alcuni Paesi sono enormi rispetto alle loro dimensioni reali, altri sembrano abbandonati ai margini di un mondo che quasi li dimentica.

Parlando di letteratura, è poi curioso notare come proprio ai margini di questo pianeta piatto e fasullo si addensi una certa propensione ad abbandonarsi alla magia: dal Sud America o dall’Estremo Oriente si alza spesso un’ondata di piacevole assurdità che si coagula sulla letteratura europea ora come realismo magico, ora come horror, ora come weird in senso lato.

In ogni caso, questa narrativa periferica ha imparato da tempo a trascurare il concetto stesso di confine: il limitare fra generi letterari non è altro che una fragile parentesi di carta stampata, proprio come il margine arbitrario del planisfero. È solo questione di prospettiva.

Allora perché ci ostiniamo ancora a pensare alla Corea e all’Estremo Oriente in generale come a qualcosa di remoto? E se fosse il centro di un immaginario planisfero artistico che traccia i rilievi delle arti visive, del cinema e della letteratura contemporanea?

È ormai pacifico che – dopo l’uscita di Old Boy, il trionfo agli Oscar di Parasite e la mania mondiale per Squid Game – anche il Vecchio Mondo abbia cominciato a osservare la Corea del Sud con un’attenzione inedita: si tratta di una meta esotica che confeziona nuovi sapori e nuovi odori, un mondo in crescita esplosiva, un terreno affascinante e inesplorato con un proprio linguaggio e una propria visione delle cose.

Xooang Choi, The noise (2007)

Certo il modo di narrare di questa fetta di mondo è molto diverso rispetto a quello cui siamo abituati, si ha quasi l’impressione che per l’immaginario coreano il realismo non sia un elemento così fondante. Forse però, più correttamente, là dove il planisfero si adagia sul bordo della cartina i confini appaiono più sfumati e anche l’assurdo e il mito trovano un posto coerente nella quotidianità, nelle sue declinazioni più variegate.

A ribadire con orgoglio questa tendenza c’è Bora Chung, con la sua bellissima raccolta di racconti Cursed Bunny, ancora inedita in Italia ma già vincitrice del PEN/Heim Grant e finalista al 2022 International Booker Prize.

I racconti che sono confluiti in questo volume rappresentano uno spaccato molto interessante del modo coreano di fare letteratura: si muovono infatti sul filo sospeso fra modernità e tradizione, fra gli appuntamenti organizzati dai sensali e la vita frenetica di una capitale che non dorme mai, fra il vecchio patriarcato e il nuovo capitalismo, fra il mito e il futuro.

Un’attenzione particolare è poi riservata alla donna e al suo ruolo nella società: spesso il corpo della donna diventa oggetto, in queste storie, di una riflessione inquietante ma stranamente coerente che esplora la femminilità senza pudori e senza menzogne.

La donna che ci viene raccontata è quella trattata come un oggetto, esibita dagli uomini come un costoso accessorio o manovrata come un corpo di cui vergognarsi, ma in ogni racconto riesce a dilaniarsi un po’ di più, a lacerarsi fino a far intravedere, sotto la superficie ordinata e tetra della sua condizione opprimente, un groviglio di spiriti ora indomiti, ora coraggiosi, ora meschini, ora fragili.

Xooang Choi, The heroine (2009)

La distorsione del reale si riflette così non tanto nello sviluppo dei racconti, talvolta apertamente fantastici, talvolta “semplicemente” bizzarri, quanto piuttosto nella definizione dei personaggi e dei loro caratteri. Sembra tutto tremendamente vero, tutto collocato in un mondo estremo ma vicinissimo: una donna trova una testa parlante nel suo gabinetto, un’altra resta incinta e deve inventarsi un partner per permettere al suo bambino di crescere, un’altra ancora impara dal nonno l’antica arte di confezionare feticci maledetti.

Il rapporto con la tradizione che traspare da queste vicende è struggente ma mai banale, perché ogni evento narrato si nutre della fantasia selvaggia dell’autrice, capace di allestire realtà alternative grottesche e sconvolgenti sfruttando magistralmente la loro sinistra somiglianza con il nostro presente.


Accoppiamenti giudiziosi

La Corea del Sud, come dicevamo, è un calderone ricco di spunti in cui ribollono elementi talmente dissonanti da creare un amalgama unico e indubbiamente affascinante.

Senza considerare il suo cinema, l’arte coreana gioca con il realismo anche grazie alle sorprendenti sculture di Xooang Choi, che fa un uso spregiudicato della materia per plasmare figure talmente realistiche e assurde da spiazzare anche l’osservatore più freddo.

Xooang Choi, The wing (2009)

Ali fatte di mani, corpi che ibridano elementi umani con parti animali o sintetiche, creature umane quanto basta per toglierci il respiro popolano infatti l’immaginazione dello scultore coreano, che si serve dei virtuosismi dell’iperrealismo per generare esattamente l’opposto: l’assurdo, il surreale, il bizzarro.

La colonna portante del lavoro di Bora Chung e di Xooang Choi è sempre però una riflessione sulla nostra società, che scelgono di analizzare di volta in volta sotto un diverso profilo: ci parlano, attraverso corpi e storie finemente lavorati, delle storture del nostro sistema economico, delle derive più misogine della nostra società, dell’egoismo che si annida in ognuno di noi.

Per comprendere il futuro non basta immaginare, serve vedere. È per questo che i racconti e le sculture si solidificano in una forma che ci sembra familiare e si protendono verso di noi, invadono la nostra zona sicura, mettono tutto in discussione.

Lo fanno spesso proprio partendo dal corpo, da ciò che distingue uomo e donna confezionando per la seconda un inferno portatile su misura fatto di aspettative e doveri non scritti.

Come nei migliori esempi di speculative fiction, Bora Chung ci parla così del nostro mondo fingendo di parlare di tutt’altro e lo fa con una voce limpida, spietata e orgogliosamente femminile, capace di creare mondi e distruggerli con la stessa disinvolta delicatezza.

Tanto Bora Chung quanto Xooang Choi esplorano un futuro incerto e preoccupante aggrappandosi al lessico che appartiene a un passato arroccato sulla tradizione, spesso superando il limite tra questi due tempi con elementi che sfuggono a una collocazione temporale certa e diventano, per un sapiente gioco di prospettive, una panoramica inquietante sul nostro presente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...