“Il mondo estremo” di Christoph Ransmayr

Ho notato che in determinati momenti storici nelle librerie fioriscono decine di romanzi – più o meno riusciti – sulla fine del mondo.

L’abbiamo vissuto tutti al cambio di millennio o in tempo di lockdown: più la fine sembra vicina, più ci viene voglia di parlarne.

Che sia portata dagli zombie o da un meteorite, l’apocalisse narrata assume sempre connotazioni titaniche e concitate. Si contano le ore, talvolta i minuti, che mancano alla fine di ogni cosa.

In questo uniforme panorama di devastazioni immmaginarie, solo Christoph Ransmayr ha avuto la sensibilità di raccontare la fine del mondo in senso spaziale invece che temporale nel suo capolavoro “Il mondo estremo”. In questo romanzo Ransmayr come sempre ha osato spingersi verso il limite in un viaggio tanto mentale quanto fisico, descrivendo cosa succede quando ci si spinge ai margini, nei territori soffusi che annacquano la realtà nel sogno, l’ordine nel caos, la storia nel mito.

Il risultato è un’opera davvero meravigliosa e disorientante, che ancora oggi ad anni di distanza non può che ammaliare anche il lettore più esigente.

Non bisogna farsi ingannare dalle dimensioni esili del libro, né da ciò che traspare dalle prime righe: nel mondo estremo tutto cambia, si trasforma, diventa enorme e tortuoso.

Ransmayr apparentemente ci racconta un vicenda semplice, da classico romanzo storico: il viaggio di un romano, Cotta, sulle tracce di Publio Ovidio Nasone, svanito durante il suo esilio a Tomi.

La città arroccata sul Mar Nero è però un posto strano e sospeso, che non conosce tempo perché galleggia in un amalgama di tutto ciò che agli occhi del lettore è passato: un impasto di ieri sera, dell’anno scorso, dell’Antica Roma. L’autore stesso lo chiama anti-tempo, perché in esso coesistono elementi di epoche diverse come autobus e imperatori, giochi circensi e microfoni.

Il tempo non scorre a Tomi, ristagna e allaga le epoche impastandole in un unicum in cui solo la trasformazione dell’ambiente e delle persone sembra scandire una qualche forma di successone degli eventi.

Uno dei piombi di Umberto Mariani, di chiara ispirazione augustea, sulle tonalità del porpora e dell’oro

Concentriamoci dunque sullo spazio: la fine del mondo è uno sfilacciarsi di civiltà, è l’essenza stessa della parola “remoto”. L’esilio di Ovidio si è spinto fin dove la voce dell’Imperatore fatica ad arrivare, sulle coste rocciose e impervie di una città dura, creata dal ferro per il ferro, popolata da abitanti tenaci e mutevoli. Sono uomini e donne illogici, respingenti, spettrali, forse non sono nemmeno reali. Forse non sono umani.

È qui che s’incontrano brandelli di un passato onirico e confuso, fra oscuri prodigi e personaggi che sembrano usciti dalla fantasia dello stesso Nasone: fra le strade di questa città liminale ci si può imbattere in figure assurde come un nano che proietta film ispirati alla mitologia greca, una prostituta affetta da una strana malattia che le fa vagare sul corpo una chiazza di pelle grigiastra e friabile, un cordaio-licantropo, una tessitrice sordomuta, un servo impazzito perseguitato dalle lumache, un macellaio violento.

Il romanzo attraversa con grazia un ambiente fatto di ambiguità grazie a un racconto breve ma contorto, un intreccio di riferimenti annodati che contaminano la storia con la mitologia, il passato con il futuro, la letteratura con la vita.

Ransmayr si conferma così un vero maestro nell’arte quasi alchemica di assemblare simboli ed enigmi per comporre un’opera proteiforme fatta di domande e di suggestioni senza una risposta. Che senso hanno i film proiettati in paese? Perché i cataclismi che stravolgono la costa di Tomi sono ignorati dagli abitanti della città? Dov’è finito Nasone?

L’opera intera è un distillato del mistero necessariamente connaturato al concetto di ricerca: è ovviamente la ricerca del grande poeta scomparso ai limiti dell’Impero, ma è anche la ricerca delle Metamorfosi, capolavoro misterioso di cui tutta Roma parla senza averlo mai letto. È soprattutto ricerca in senso lato: il narratore ricerca insieme al lettore un senso, immerso nel panorama confuso e immaginifico del Mar Nero, ricco di riflessi e richiami che si legano gli uni agli altri come in un arazzo per formare una figura coerente, inquietante, tridimensionale.


Accoppiamenti giudiziosi

Chi ha detto che la ricerca sia appannaggio esclusivo di gialli e polizieschi? Ransmayr con una prosa ricca e fine decostruisce anni di narrativa di genere, scavando dentro le idee di ricerca e mistero sino a individuarne la vera natura: risale agli elementi fondativi, all’essenziale, al nocciolo duro che caratterizza e conferisce identità. Poi scava ancora.

La sua letteratura è sempre un viaggio: le ispirazioni gli provengono quasi sempre da grandi movimenti esteriori che si prolungano ed elevano in enormi movimenti interiori. In questo senso, si può dire che la sua letteratura sia essenzialmente trasformazione.

Il suo vero soggetto è la metamorfosi: quella dei viventi in elementi inerti, quella dell’ambiente, quella dell’animo umano. Il suo acume nell’analisi di questa tematica complessa sembra quasi dialogare con il lavoro di un altro moderno Cagliostro, l’artista italiano Umberto Mariani, che trasforma per le sue opere lastre di piombo in iconici drappeggi leggiadri.

Umberto Mariani, La forma celata (2008)

Entrambi gli artisti dimostrano con il loro lavoro di ricerca una sensibilità senza eguali ai materiali: che si tratti di roccia, pietra o carne, tutto è duttile e destinato a trasformarsi. La loro opera è quindi al contempo oltraggiosa e miracolosa, perché dà vita a ciò che è inanimato, movimento a ciò che è fermo, leggerezza a ciò che è pesante.

Le affinità con Ransmayr non finiscono qui: entrambi subiscono e rielaborano il fascino del classicismo senza divenirne mai prigionieri. Ciò che per lo scrittore austriaco è rappresentato dall’ambientazione augustea, per Mariani è incarnato dall’uso del drappeggio, simbolo per eccellenza del virtuosismo di grandi pittori e scultori del passato.

Il passato – irraggiungibile ma sempre presente – diventa così per Mariani uno strumento utile per sovvertire le regole ingannando tanto gli spettatori quanto le leggi della fisica: il piombo diventa sotto le sue mani un tessusto mutevole e pesante, diventa velluto e raso, si trasforma sotto gli occhi degli osservatori, si evolve.

Opere enigmatiche e sorprendenti, i piombi di Mariani avvolgono la realtà – come l’opera di Ransmayr – con il loro fascino misterioso e impenetrabile, ricordandoci quanto possa essere bello e faticoso l’atto di scostare un drappo per svelare il significato profondo di alcune narrazioni.



Il mondo estremo

Christoph Ransmayr – Feltrinelli, 2017


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