“A sangue freddo” di Truman Capote

Oggi il true crime è un genere così diffuso da sembrare rassicurante: quasi fossimo vittime di una strana ipnosi, muoviamo tutti la mano sul telecomando, cambiamo canale e scorriamo serenamente fra immagini di squartamenti e testimonianze doppiate sino a diventare in qualche modo parte di un grande carnevale di efferatezze.

A cavallo fra gli Anni 50 e 60, però, l’idea di narrare come in un romanzo un caso di cronaca nera era qualcosa di assolutamente inedito e proibito.

Certo c’erano i giornali, e le vicende più cruente nel mondo anglosassone avevano sempre dato origine a leggende e ballate, ma un romanzo che espressamente si qualificasse come non-fiction e che parlasse di un delitto era un concetto ancora lontano dall’essere accettato.

È forse per questo che Truman Capote, con il suo capolavoro “A sangue freddo”, viene indicato fra i padri nobili di questo genere che di nobile non ha proprio niente, specie nelle sue declinazioni più pulp e sensazionalistiche.

La casa della famiglia Clutter, dove ebbero luogo i delitti narrati da Truman Capote (ph. Spacini)

Capote tuttavia conosce bene l’arte del raccontare e si cimenta in questa nuova impresa con delicatezza e precisione per confezionare un’opera destinata a rimanere. È un navigato uomo di lettere, una specie di veterano della forma breve, insomma un vero narratore, e quando prende in mano la vicenda di Perry Edward Smith, Richard Hickock e della sfortunata famiglia Clutter lo fa con tutto sé stesso, piombando sulla scena del crimine con l’amica Harper Lee per entrare nella notizia, per interrogare, visitare, osservare dall’interno lo svolgersi delle indagini come il miglior reporter d’assalto.

Truman Capote però non era un reporter.

Era un dandy, una personalità mondana che oscillava fra musical e romanzi, fra l’alta società newyorkese e le stelle del cinema, fra salotti e teatri.

Aveva insomma già un proprio pubblico e una suo modo di fare letteratura, eclettico ma coerente. Come è arrivato a scrivere questo libro?

Sembra per caso. Pare che l’avesse colpito la notizia di un omicidio commesso nel remoto Kansas.

Eppure “A sangue freddo” fu un’intuizione talmente potente da segnare l’apice della sua carriera: fu criticato aspramente, lodato, esecrato, amato, imitato. Fu insomma sulla bocca di tutti.

Ciò che più conta, a più di sessant’anni di distanza, fu il rumore che questo libro riuscì a causare, precipitando come un meteorite infuocato sulle convenzioni letterarie dell’epoca: l’impatto fu impressionante, gli effetti maestosamente durevoli. Facendo attenzione, l’eco di questa esplosione mediatica e narrativa si riesce ad udire anche oggi.

Con la sua aura oltraggiosa e geniale, questo reportage atipico non poteva che rivelarsi un’opera epocale, così grande da soverchiare persino il suo autore, che infatti non portò più a termine alcun romanzo, pur essendo diventato ormai un’icona vivente.

Ma di cosa parla “A sangue freddo”?

A una prima lettura sembra parlare solamente di un terribile caso di cronaca: il massacro di quattro persone da parte di due sbandati. L’arco narrativo abbraccia però tutte le vite che gravitano attorno a questa tragedia e ci presenta i fatti, nel tono più asettico e puntuale possibile, che vanno dai giorni precedenti l’eccidio sino all’esecuzione della condanna dei colpevoli.

Ciò che più affascina di Truman Capote è la sua straordinaria capacità di penetrare la psiche dei personaggi e di calare i lettori nella storia scegliendo eventi e testimonianze in grado di dare un vero spessore anche ai personaggi più marginali.

La narrazione è tersa ed elegante, ripartita equamente fra i punti di vista della famiglia Clutter e dei loro concittadini, degli inquirenti e dei due assassini.

Capote in questa disamina non si schiera, semplicemente riferisce i fatti senza slanci emotivi, senza appelli accorati o grandi proclami da capopopolo. Sin dalle prime pagine, anzi, chiarisce laconicamente che quella terribile notte quattro spari tolsero la vita a sei persone: i signori Clutter, i loro due figli minori, i due omicidi.

La storia dell’eccidio di Holcomb prosegue ben oltre la cattura dei colpevoli: si ramifica dentro il passato dei protagonisti e nel futuro, nel pietoso amalgama di burocrazia e desiderio di vendetta che porterà ad una fine violenta ma incapace di saziare chi ha fame e sete di giustizia.

Il messaggio che scorre sotto le migliaia di pagine di appunti che Truman Capote ha raccolto e assemblato sembra essere tanto semplice quanto disturbante per tutta l’America: la violenza genera violenza.

La violenza dei padri e delle madri ricade sui figli, sul debosciato Richard e sul mite creativo Perry, con cui Capote rivelerà in seguito di identificarsi per via delle origini umili e dell’infanzia difficile.

La violenza degli omicidi si abbatte su una famiglia scelta apparentemente a caso e con essa su una comunità piccola e coesa che non sarà più capace di abbandonarsi alla fiducia reciproca.

La violenza della giustizia, alla fine, travolge tutto e tutti con una condanna enorme e irreversibile che si trascina per anni di ricorsi e sospensioni, nei meccanismi inesorabili della legge che portano sino a un anacronistica forca.


Accoppiamenti giudiziosi

Le murder ballads – le storie di veri crimini che si cantavano nelle osterie delle ombrose isole britanniche sin dai secoli più bui del Medioevo – hanno conosciuto un’elevazione tardiva con l’iconico album “Murder Ballads” di Nick Cave and the Bad Seeds, che le hanno immortalate in canzoni complesse e ambigue.

Nick Cave and the Bad Seeds, Murder Ballads (1996)

Nick Cave, che per l’album si è avvalso anche della collaborazione di P. J. Harvey e Kylie Minogue, ha saputo ricreare ora un’atmosfera lugubre ma romantica, ora una situazione ambigua che corre sul filo teso fra cronaca nera e racconto horror.

Le storie cantante da Nick Cave sono sempre complesse sia dal punto di vista musicale che da quello più squisitamente letterario: sembrano infatti spingerci verso conclusioni errate, sembrano sposare efferatezza e dolcezza con una naturalezza capace di disorientare.

Queste ballate sanguinose, proprio come Truman Capote, non fanno il tifo per il patibolo, ma vogliono solo continuare a risuonare per ricordarci che ogni essere umano può diventare un mostro e che anche i sentimenti più alti si possono trasformare in trappole insanguinate.

È forse proprio questa la forza delle murder ballads: sapersi sollevare dalla semplice cronaca per cristallizzarsi nella memoria collettiva come vere leggende nere.



A sangue freddo

Truman Capote – Garzanti, 2020


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