“Stanotte sono un’altra” di Chelsea Hodson

Sotto sotto siamo tutti convinti di essere tremendamente interessanti. Molti di noi si vedrebbero anche bene come protagonisti di un libro, forse di un romanzo, almeno di un racconto breve.

Pochi però avrebbero il coraggio di scriverlo davvero, questo fantomatico libro di sé, e nessuno riuscirebbe a farlo con la grazia trasparente, la potenza e l’acume che Chelsea Hodson riversa nel suo magnifico “Stanotte sono un’altra”, portato in Italia da Pidgin con la traduzione di Sara Verdecchia.

In questo libro la voce dell’autrice compone un piccolo miracolo immortalandosi in micro-saggi che arrivano a comporre una sorta di autobiografia lirica, capace di scardinare le barriere fra generi letterari ibridando il diario con la poesia, il racconto breve con il reportage.

Le esperienze di vita che l’autrice sceglie di raccontarci sembrano sempre individuate con cura e vengono rese sulla carta in abbinamenti spiazzanti e illuminanti: gli eventi si rincorrono, a prescindere dalla logica e dal tempo, si posano sulla pagina in quadri di struggente bellezza che riescono a delineare con efficacia e realismo cosa significhi essere donna nel nostro tempo, cosa significhi essere giovane, cosa significhi vivere in Occidente.

La vita dell’autrice diventa così un collage, un mosaico, un puzzle di tessere diverse e colorate che – partendo da un aneddoto, da una sensazione, da una libera associazione di idee – si eleva a parlarci di tutt’altro.

L’amalgama però non pare mai incoerente, anzi si arriva subito a seguire il filo rosso che la voce incantata della Hodson ci stende davanti mentre unisce i puntini, deduce, ricorda.

Così le stiamo accanto mentre, con eleganza e spietatezza, si analizza tagliandosi pezzo per pezzo i brandelli di ricordi che compongono la sua vita: siamo con lei mentre adolescente prova un sentimento indefinibile per una ragazzina troppo carismatica, o quando si perde in un amore sbagliato, ma anche mentre osserva eccitata e terrorizzata un amico che lega un coltello alle pale del ventilatore e lo attiva, in una rivisitazione accaldata della roulette russa.

La sua prosa è cristallina, perfetta: ogni parola è esattamente dove deve essere.

I frammenti più interessanti sono proprio quelli in cui il suo pensiero corre su binari paralleli e ci apre prospettive inedite in un selvaggio caleidoscopio di tempi, luoghi, visoni.

In uno dei saggi più riusciti, ad esempio, la sua penna riesce a sposare la fede nell’amore intossicato per un ragazzo sbagliato con l’altra fede, quella nel progresso, che anima alcuni scienziati mentre lanciano una sonda su Marte. In un altro brano vengono sovrapposte una performance di Marina Abramovic con il desiderio di . O ancora: il lavoro di modella, il desiderio di sentirsi oggetto, il consumismo.

C’è molta America – ma anche molta Europa – nella voce giovane e indomita della Hodson. Tutto ciò che scrive è senza pudori, senza scuse: non ci sono angoli bui ma solo connessioni in quest’opera bella e affilata, destinata a rimanerci in mente a lungo anche dopo che abbiamo voltato l’ultima pagina.


Accoppiamenti giudiziosi

Chelsea Hodson nei suoi sedici saggi esplora se stessa con un metodo molto simile a quello impiegato da Frida Kahlo per i suoi autoritratti.

L’artista messicana ha infatti reso iconica la sua immagine riproducendola decine di volte in contesti diversi per esplorare gli angoli più remoti della propria storia.

Ferita nel corpo e nell’animo, la Kahlo ha sempre scelto di rappresentare se stessa per cercare una chiave con cui analizzare le proprie sensazioni e il proprio dolore, non rinchiusa in un feroce solipsismo ma anzi così partecipe del mondo circostante da diventarne una componente fondamentale, orgogliosamente in primo piano.

L’abbiamo vista fra scimmie, con sfondi vegetali, scheletrita, con collane di spine, con un corpo di cervo. Ogni Frida ci ha raccontato una storia diversa attraverso il proprio corpo, svelandoci frammenti della sua vita attraverso la mutevolezza della sua presenza dipinta.

Analogamente, anche i sedici saggi che compongono “Stanotte sono un’altra” forniscono diversi punti di vista sulla loro autrice, che nel momento in cui si maschera e si racconta in diversi contesti ci offre ritratti complementari, utili anche per i lettori per mettersi in discussione, per porsi una domanda.

Ogni ritratto diventa così un frammento di gioventù, di errori, di dolore, ma anche d’amore struggente e di accettazione del proprio desiderio, e si salda insieme alle altre tessere del mosaico in un disegno di orgogliosa femminilità e di dissacrante onestà, fra introspezione e provocazione, fra lirismo e reportage, in un’esplorazione selvaggia della propria vita di donna.



Stanotte sono un’altra

Chelsea Hodson – Pidgin, 2022


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