“La muta” di Aliya Whiteley

Siamo in un mondo in cui gli esseri umani ogni tanto fanno la muta: a un certo punto della loro esistenza cominciano ad avvertire una specie di prurito, si contorcono un po’ e alla fine eccoli liberi dal loro guscio, pronti a iniziare daccapo con un nuovo strato soffice e delicato di epidermide per scontrarsi con le intemperie del mondo.

La pelle – ciò che resta dopo il grande cambiamento – è un crogiolo di emozioni perdute. Toccandola si riesce ancora d avvertire qualcosa.

La cosa più importante è però che cambiando pelle si perdono le emozioni e soprattutto si perde l’amore, di punto in bianco.

È da questa base che Aliya Whiteley parte, con il suo spiazzante “La muta”, per sviluppare la sua escursione nel mondo dell’amore e del cambiamento, grazie a un romanzo di speculative fiction che attinge a piene mani dall’attualità per innescare una bella riflessione sui sentimenti e sulla loro caducità.

Il romanzo si sviluppa attorno alla figura di Rose, una donna affetta da una particolare malattia che la porta, ad ogni muta, a cercare un cambiamento radicale con un rifiuto netto di tutto il proprio passato. Ma come vivere con la consapevolezza che non può esserci niente di eterno?

La Whiteley gioca abilmente con alcuni elementi che caratterizzano le relazioni umane nella nostra epoca, come la provvisorietà, la paura, i quesiti sulle diverse forme che l’amore può assumere, per tracciare sulle pagine il percorso di una spericolata scorribanda fra fantasy, romance e hard boiled.

Grazie a una prosa volutamente incostante, capace di cambiare personaggi e punti di vista ad ogni capitolo, il romanzo non si sofferma su un solo genere ma rompe le barriere e corre nel suo mondo, affamato di significato e di risposte.

L’amore può durare veramente per sempre?

È questo l’interrogativo che mette in moto i vari personaggi alla ricerca di una personale risposta all’incalzare del tempo.

Accanto alla vicenda di Rose, bodyguard e amante di un famoso attore destinato a subire un grave furto di vecchie pelli, si affianca con sempre maggiore rilievo la storia di un gruppo di sei persone che vivono il delicato equilibrio di un poliamore in cui tutti amano tutti.

Naturalmente la muta è sempre in agguato e tutti i protagonisti vivono i loro sentimenti con la consapevolezza che sono destinati a incontrare, nel giro di qualche anno, una trasformazione fondamentale che probabilmente li porterà a un brusco finale.

È interessante notare che tutti sopravvivono al cambiamento: chi evadendo, chi adattandosi, chi fingendo che non sia mai avvenuto, chi contrastandolo in ogni modo con mezzi farmacologici poco sicuri.

Il vero focus della narrazione resta però una riflessione sull’amore e sulla perfezione della sua provvisorietà.

Forse la storia d’amore perfetta è quella iniziata e finita in un battito di ciglia, forse il tempo e il cambiamento – come anche nel nostro mondo – aggiungono complicazioni e spigoli che diventa sempre più difficile smussare.

Allora è meglio non innamorarsi, rifiutare ogni legame, per paura di soffrire?

“La muta” diventa così ben presto un’occasione di riflessione in grado di mettere in discussione alcuni punti fondamentali della mitologia dell’amore che decenni di film e di romanzi hanno contribuito a scolpire nell’immaginario comune.

L’amore eterno, l’infinito innamoramento, il “vissero sempre felici e contenti” diventano in questo modo palesi illusioni a cui abbandonarsi solo quando si vuole naufragare lontani dalla realtà.

Ciò che esiste e regna è invece il culto della trasformazione e del rinnovamento, che presenta ovviamente due facce opposte e complementari: la distruzione di ciò che è vecchio e la costruzione di qualcosa di nuovo.

L’universo immaginato dalla Whiteley non differisce troppo dal nostro e presenta più di un’analogia con il nostro tempo, in cui la fluidità dei rapporti umani mina costantemente l’edificazione di relazioni stabili e durature.

Senza velleità antimoderne ma con la curiosità degli esploratori, l’autrice disegna con le sue parole un mondo in cui le domande sembrano decisamente più importanti delle risposte.

La questione si rivela così un discorso attorno al concetto stesso di cambiamento, che diventa condanna e privilegio in un mondo vorticosamente instabile alla perenne ricerca di nuovi punti di equilibrio.


Accoppiamenti giudiziosi

Nel libro l’interrogativo fondamentale verte su quanto l’amore ci definisca come individui.

Oltre le mielose riflessioni della letteratura rosa, l’amore è veramente l’elemento chiave della nostra natura di esseri senzienti e mortali, in grado di renderci unici?

Da un punto di vista fisico, oltre che sociale, il rinnovamento è una costante presente nelle strutture più diverse e indispensabile per garantirne la sopravvivenza.

Anche dal punto di vista biologico è fondamentale la sostituzione quotidiana di piccoli pezzi di un essere vivente, così com’è naturale e indispensabile l’avvicendarsi delle diverse api in un alveare sano. Secondo studi scientifici recenti, sembra poi che anche il sistema nervoso sarebbe capace di rinnovarsi plasmandosi e generando nuove cellule.

Sorge allora naturale una domanda, come davanti al paradosso della nave di Teseo: a forza di cambiare pezzi e pelle, fino a che punto continuiamo ad essere noi stessi?

Su questa linea di pensiero, forse il film capace di esplorare più a fondo il mistero del cambiamento quando s’interseca con la memoria e con le relazioni umane è “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”.

Kate Winslet e Jim Carrey in una scena di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”

Tradotta barbaramente come “Se mi lasci ti cancello”, questa pellicola del 2004 scritta dal visionario Charlie Kaufman segue la storia di Joel e Clementine, che scelgono di rivolgersi a una clinica innovativa per farsi cancellare dalla memoria la loro storia d’amore.

La scelta di cancellarsi è una sorta di anestesia permanente ma – diversamente dalla muta della Whiteley – non permette una crescita né un accumulo di esperienza.

Che la muta sia un modo più accorto di ripulirsi?

Sia il libro sia il film sono attraversati da una vena di agrodolce malinconia che non riesce mai a intaccare veramente la bellezza dell’istante e la preziosità di un sentimento nel secondo esatto in cui lo si prova.

Dopo aver voltato l’ultima pagina si ha l’impressione che quella che si è appena letta non sia una conclusione, quanto piuttosto un approfondimento di qualcosa che già si è interiorizzato a partire dal primo capitolo: conta il momento, conta il viaggio, conta il peso di ogni piccolo dolore e di ogni piccola gioia nella lunghissima sequenza di cambiamenti di pelle che è la nostra vita di trasformisti.



La muta

Aliya Whiteley – Carbonio, 2021



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