“La volpe era già il cacciatore” di Herta Müller

Herta Müller ci ha abituati sin dagli esordi a una scrittura densissima e profetica, capace di muoversi con discrezione nei territori inesplorati tra prosa e poesia.

Ogni parola ha un peso, ogni figura cela qualcosa di enorme e fondamentale per una narrazione che non si basa tanto sulla trama quanto sull’incastro di scene emblematiche e di voci spesso difficili da decifrare.

Questa cura si attaglia particolarmente a un ambiente pericoloso come quello della Romania di Ceaușescu, in cui anche le cose animate vedono e sentono. In questo paese innominato eppure subito riconoscibile – come in molti altri stritolati da analoghe forme di governo autoritarie e intrusive – ogni parola detta o anche solo pensata richiede cautela.

È con questo stile minimale e attento che l’autrice ci lascia sbirciare nella sua Romania e nelle vite del musicista Paul, dell’informatore Pavel, dell’operaia Clara e soprattutto di Adina, maestra elementare perseguitata dalla Securitate.

La sensazione di avere addosso gli occhi di un Leviatano statale dalle mille teste percorre ogni personaggio ed anima la vena sommersa di tensione che attraversa la storia pagina per pagina.

Adina si accorge di essere osservata dalla polizia di regime perché trova in casa piccoli segnali di intrusione: sigarette volutamente dimenticate a mollo nel gabinetto, piccole modifiche alla disposizione dei suoi oggetti personali. A colpirla è soprattutto una pelle di volpe che usa come tappeto e che ad ogni ispezione subisce un taglio.

Ora la coda, ora le zampe, la volpe sembra sempre intera ma in realtà è stata mutilata mentre Adina era fuori casa.

È la noncuranza del regime a terrorizzare chi è sottoposto a sorveglianza: la sensazione di essere preda di un sistema talmente pervasivo ed efficace da potersi permettere anche gesti minatori del tutto superflui rende tremendo e agghiacciante il buio di ogni notte.

Herta Müller

Herta Müller ancora una volta sceglie la strada obliqua delle immagini evocative e delle situazioni assurde per allestire un clima rarefatto di disagio, attesa e terrore.

Così ci muoviamo circospetti anche noi in un Paese sull’orlo della rivoluzione, fra barbieri che misurano la vita residua dei propri clienti in base al peso dei capelli tagliati e trafficanti d’oro che vendono e sequestrano sempre le stesse collane, fra nani superdotati e bambini appestati dalle verruche, fra interrogatori e suicidi.

Tutto avviene nell’attimo esatto prima della fine, quando le crepe della dittatura lasciano vedere spiragli solo illusori di libertà e ogni cosa sembra sul punto di confondersi e perdere di significato.

In questo mondo giunto ormai alla fine, la presenza più evidente è ancora una volta quella del Dittatore, che attraverso il nero lucente del suo ciuffo delle sue pupille diventa un vero convitato di pietra nella vita di ogni cittadino.

Trasmesso in televisione, fotografato, stampato, raccontato, è questo nero a soggiogare ogni cosa, anche il corpo sempre più fragile in cui si è incarnato.

Il Dittatore in questo modo da elemento sullo sfondo si fa forzato comprotagonista e rivela silenziosamente la sua natura di mostro: come una creatura deforme e mitologica, egli è prigioniero del suo stesso labirinto e della ferocia con cui lo amministra.

In questo dedalo di vicende e ricordi e dicerie ci sono vittime e carnefici, ci sono sistemi incrinati pronti a crollare e amanti e soldati sul punto di disertare, ma che senso hanno questi elementi quando tutto è sul punto di esplodere?

E soprattutto: chi è volpe e chi cacciatore?


Accoppiamenti giudiziosi

Sul periodo della Guerra Fredda e sul fiorire di dittature sono state realizzate innumerevoli opere, ma “Twilight Struggle” pare il modo migliore per calarsi nell’atmosfera e nelle logiche di un’epoca che può apparire ormai lontana ma che ancora ha riflessi importantissimi sulla vita e sull’assetto politico del nostro mondo.

Una partita di “Twilight Struggle”

Si tratta di un gioco da tavolo abbastanza complesso, realizzato da Ananda Gupta e Jason Matthews nel 2005 per la GMT Games.

In questo wargame atipico, i due giocatori sono chiamati a vestire i panni degli USA e dell’URSS in un periodo di tempo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino agli Anni Novanta.

In un crescendo di tensione, le due potenze si sfideranno nello spazio e sulla Terra a colpi di intrighi, golpe e manipolazioni, sempre tenendo a bada il livello di DEFCON per evitare che il conflitto degeneri in un’apocalisse nucleare.

La prospettiva è quella altissima delle stanze dei bottoni: gli eventi pioveranno casualmente su questo mondo conteso grazie a un mazzo di carte curatissime la cui spiegazione storica è affidata a una preziosa appendice al manuale, ma resta impossibile giocare senza interrogarsi su quali siano gli effetti dell’escalation.

Chi pagherà il conto di questa corsa alla supremazia in Africa, Europa Orientale, Sud-Est Asiatico? Davvero ogni scelta politica sarà senza conseguenze a lungo termine?

Anche qui, un gioco di volpi e cacciatori e un metodo interattivo per immergersi nella storia recente e imparare gli snodi fondamentali dell’ultimo grande conflitto silenzioso che ha attraversato il mondo intero producendo dittature, rifugi antiatomici e colpi di stato.



La volpe era già il cacciatore

Herta Müller – Feltrinelli, 2020



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