“L’avvocata delle vertigini” di Piero Meldini

Immaginate di essere in una scuola. Banchi, lavagne, campanelle, i bambini vi guardano con gli occhi carichi di futuro e provano a rispondere alla vostra domanda: «Cosa vorreste fare da grandi?»

Di certo questa classe immaginaria abbonderà di medici, astronauti, chef, maestre. Forse ci sarà anche qualche poliziotto e qualche calciatore, qualche ballerina.

Di sicuro, però, non troverete nessun agiografo.

Come biasimare dei bambini immaginari per non avere abbastanza vocazione da voler intraprendere questo percorso di carriera?

La vita dell’agiografo è strana: passa per lo più nell’ombra, fra morti e leggende, fra manoscritti e tradizioni ancestrali tramandate di bocca in bocca.

Chi baratterebbe la comodità di un ufficio moderno con il silenzio sepolcrale di una biblioteca piena di santi accucciati in agguato contro i nostri peccati?

C’è poi una questione di dislivello: parlare di un Santo non è come scrivere di un politico o di un generale. Non è nemmeno come scrivere un manuale d’istruzioni. È piuttosto un’esperienza abbacinante, pericolosa, come immergersi nella leggenda e rimestare sul fondale di un lago di vernice dorata.

Il Sacro è come il potere: corrompe, deturpa, brucia con la sua sfavillante lucentezza. È per questo che chi ci lavora deve abituarsi alle tenebre.

Proprio per questo motivo è sorprendente scoprire come questa professione affascinante e insolita possa diventare la base per un efficacissimo congegno letterario capace di rinnovare e reinterpretare il grande canone della letteratura poliziesca.

Non ci sono crimini, inizialmente, non ci sono vittime né armi né sagaci investigatori. C’è solo un uomo stretto in un asfissiante corpo-a-corpo con la parola scritta e con il suo potere invisibile e muto.

Piero Maldini, scrittore raffinato e indipendente nonché direttore per vent’anni della Biblioteca Civica Gambalunga di Rimini, è uomo avvezzo a questo tipo di silenzi e di ricerche minuziose e infatti non fatica a creare, con poche pagine e pochi tratti eleganti, un piccolo gioiello giallo in cui il crimine e la santità si incontrano grazie a una vecchia profezia celata in un messaggio cifrato.

Il protagonista del racconto è l’agiografo Dominici, un uomo riservato che da tempo si dedica alla ricostruzione della vita della Beata Isabetta, sua conterranea. La sua caccia è il sacrificio rituale di sé stesso, un bagno d’inchiostro, la sua arma è la concentrazione spasmodica del solitario assorto davanti a un enigma insolubile.

È per colpa delle parole, maledette e benedette creatrici di mondi, che in questo modo si spalanca davanti ai nostri occhi un abisso terrificante, grazie a una concatenazione di eventi crudelmente perfetti destinati secondo un sinistro vaticinio a sfociare nell’Apocalisse.

Meldini gioca col proibito: si diletta provocando i suoi personaggi sino all’isteria di fronte a quello che sembra inevitabile. C’è modo di fuggire, mentre le pagine si susseguono inesorabili, c’è una via d’uscita?

Gli scettici e i risoluti compaiono sulla pagina come solidi comprimari, cariatidi che sostengono con la sola forza della carta il dramma del personaggio principale che capisce di essere parte di un disegno troppo grande e spietato per essere sovvertito.

L’apocalisse. Per un agiografo dev’essere una vecchia conoscenza, un amico che si trova ogni tanto fra un monito e una preghiera. Ma cos’è per un personaggio?

È la fine del libro, della vita, di ogni parola? È il silenzio, finalmente, la fine di ogni storia?

Non resta che immergersi in questa caccia senza predatori e senza prede con la fede di chi sa di abbandonarsi nelle mani sapienti e divine di un grande narratore innamorato dei libri e del loro modo diagonale di fare la Storia.


Accoppiamenti giudiziosi

Il libro va oltre il facile gioco della profezia che si autoavvera, motore ormai frusto di innumerevoli romanzi e film di ogni genere.

Questo è un libro atipico, orgogliosamente fuori dal tempo: è un’opera mitologica, un discorso attorno al titanico e non attorno alla psicologia dell’uomo moderno.

Per capirlo al meglio è forse utile focalizzarsi su una figura della mitologia classica che ha ispirato nel corso del tempo diverse opere d’arte: Prometeo.

Dominici è un po’ Prometeo quando ruba all’antica sacralità di un libro il segreto di un messaggio doppiamente cifrato, è un titano quando elargisce agli uomini la terrificante verità di una profezia di totale distruzione.

Fra gli innumerevoli ritratti di Prometeo che la storia dell’arte ha prodotto, mi sembra particolarmente affine al romanzo di Meldini quello dipinto da Alberto Savinio nel 1929.

Alberto Savinio, Prometeo (1929)

Savinio e Meldini hanno uno sguardo disincantato, da postmoderni, verso il mito e verso le vicende umane che ritraggono: per questo Prometeo viene reso con un’ingombrante fisicità scultorea e con una minuscola testa ovoidale, smarrito nella contemplazione di una fiamma lontana e geometricamente assurda.

Il titano viene così catturato nella fase calante della sua parabola eroica: ha già perso, o forse ha già capito, grazie a una sorta di chiaroveggenza, di essere destinato alla sconfitta.

La profezia, anche se inespressa, ha quindi un peso in grado di comprimere cranio e cuore di qualunque eroe, di ridurre ai minimi termini l’enorme corpo di un gigante messo di fronte senza filtri al proprio destino d’eterno dolore.

È questo il grande dramma che Meldini inscena nelle sue pagine raffinate e spietate: il dolore del titano messo di fronte all’inesorabilità del proprio fallimento, al grande mistero del vuoto vorace che ingoia ogni impresa eroica e ogni opera umana.

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