“Paura e disgusto a Las Vegas” di Hunter S. Thompson

Quando parliamo di Hunter S. Thompson parliamo di un mito.

Parliamo di un uomo capace – nella stessa vita – di lavorare per Rolling Stone, mettersi in viaggio con gli Hell’s Angels, candidarsi come sceriffo della Contea di Pitkin in Colorado, ricevere una laurea in teologia per corrispondenza e inventare un nuovo modo di fare giornalismo.

Parliamo di un uomo in grado di ispirare un film di Terry Gilliam e di essere ricordato da Johnny Depp come “un eroe e il mio migliore amico”.

Il signor Thompson – meglio noto come Raoul Duke o come Dr. Gonzo – è stato un terremoto per la cultura americana e ha lasciato ancora tracce indelebili del suo passaggio allucinato su questa terra malandata.

“Paura e disgusto a Las Vegas” è una bellissima testimonianza del suo modo di vivere e di raccontare: è il reportage sguaiato e sconnesso sul suo viaggio per seguire la corsa automobilistica Mint 400 e un congresso sulla droga organizzato dell’Associazione Nazionale dei Procuratori Distrettuali. Il bello è che di corse e procuratori si parla pochissimo.

Si parla piuttosto di sogno americano e di stati alterati della coscienza, a partire da quando l’alter ego del giornalista si ritrova a guidare in mezzo al deserto in compagnia del suo avvocato samoano e di un carico strabordante di alcol e droghe.

La strana coppia – incoerente come un discorso fatto da soli allo specchio da ubriachi – barcolla in una Las Vegas luminosa e perduta, una cattedrale nel deserto in cui si venerano il denaro e le contraddizioni della vita americana.

Thompson fa proprio questo, con la sua parlata sboccata, il suo amore per le armi da fuoco non denunciate e soprattutto per qualunque sostanza in grado di catapultarlo in viaggi incomprensibili: denuncia l’incoerenza del mondo.

Lo fa scialacquando i soldi della rivista per cui scrive, giocando d’azzardo, fingendosi un investigatore privato, mentendo a chiunque.

È così esilarante e grottesco che non si può non amarlo, anche quando abbiamo l’assoluta certezza che ci stia raggirando apertamente.

Mente su tutto e divinamente divaga fra ricordi e considerazioni personali non richieste, ci racconta insomma non la realtà – spesso impossibile da estorcere anche da chi il giornalista lo fa seriamente, con la giacca e la cravatta – ma piuttosto la sua personalissima visione delle cose.

Con una dichiarazione di non attendibilità, Duke/Thompson dà origine al gonzo journalism in cui la verità dei fatti perde brutalmente il posto d’onore che la cronaca le ha sempre accordato e viene messa in disparte, dietro le epifanie indotte dagli allucinogeni, il sentito dire, lo sguardo folle e sbadato di chi guarda ai fatti dall’interno, dal centro dell’azione.

Ciò che veramente cercano, Duke e il Dottor Gonzo, è il Sogno Americano.

Lo dicono subito, è questo il Santo Graal che di sicuro si nasconde da qualche parte a Las Vegas: forse è annichilito sulla Strip con qualche debosciato arricchitosi per puro caso, forse sta immerso nella scollatura della donna sbagliata o nella piscina innaturalmente turchese di qualche motel più o meno prestigioso.

In ogni caso, a bordo di un’americanissima Chevy decappottabile, Thompson sfreccia fra Nixon e il Vietnam, fra i padri di famiglia timorati di Dio e le insegne kitsch dei peggiori casinò, mentre nella sua testa sconquassata dalla paranoia affiora una critica beffarda e pungente a tutto ciò che è l’America.


L’Edizione

Inizialmente portato in Italia da Arcana Editrice nel 1978 come “Paranoia a Las Vegas”, il libro ha conosciuto grande fortuna grazie a Bompiani, che lo ripubblica nel 1996 con la traduzione di Sandro Veronesi, e grazie alla già citata pellicola del 1998.

Divenuto nel tempo un vero cult, il capolavoro di HST in entrambe le varianti è oggi abbastanza ricercato e di difficile reperibilità.

Abbondano invece edizioni economiche e tascabili, tutte purtroppo con le immagini del film in copertina…


Accoppiamenti giudiziosi

L’idea di un narratore/protagonista inattendibile e inaffidabile deve proprio a Thompson la sua introduzione nel mondo giornalistico, in cui al contrario affidabilità e professionalità sono ancora oggi viste come qualità imprescindibili di un buon cronista.

Perché allora non creare anche in altre arti un protagonista inattendibile?

Disco Elysium (2019)

Ci ha pensato, in ambito videoludico, la ZA/UM che ha sviluppato e pubblicato quello che è diventato un vero capolavoro nel mondo dei videogiochi di ruolo: Disco Elysium.

Anche qui l’esordiente dell’inattendibilità diventa una chiave per dare al giocatore un’esperienza immersiva e disorientante di crime story da vivere in puro stato confusionale.

Vestendo i panni di un agente di polizia alcolizzato e dipendente più o meno da qualunque droga, dovremo risalire alle radici di un mistero disorientante in un mondo che ricorda – ma non troppo – il mondo sgangherato in cui siamo abituati a muoverci ogni giorno.

Il poliziotto non ricorda nulla, né il proprio nome, né il proprio compito, ma non esita a seguire le intuizioni deliranti del giocatore in un labirinto di personaggi grotteschi e situazioni assurde mentre ricostruisce al contempo l’ennesimo caso spinoso da risolvere e l’enigma – ben più complesso e profondo – della propria vita alla deriva.

Un capolavoro innovativo e provocatorio per rendere omaggio al grande Hunter S. Thompson senza paura di immergersi nella follia e nel non-sense.

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