“Dio è morto” di Ron Currie Jr.

Lo diceva Nietzsche, lo dicevano pure Guccini e i Nomadi: Dio è morto.

Quello che non dicevano è che prima si è incarnato in una giovane donna africana e che, alla ricerca del fratello perduto, ha vagato nel Sudan fra politici in visita diplomatica, campi profughi affamati, violenza, odio e atrocità inimmaginabili.

Ovviamente la ragazza è morta e con essa il creatore dell’Universo.

Che ne sarà allora del genere umano? Stranamente tutto continua, la vera tragedia sta proprio nel fatto che non succede nulla di eclatante: non ci sono esplosioni, né cori angelici, né tantomeno un’ormai mainstream risurrezione.

Il vero shock è proprio sopravvivere al proprio creatore.

Il mondo rimasto orfano si perde, si sfalda velocemente come una zolla di zucchero affogata nel tè. Se nulla ha più senso, perché affannarsi, perché vivere?

Su queste premesse abrasive Ron Currie Jr. costruisce una satira feroce e illuminante sulla religione e soprattutto sul genere umano.

Per la prima volta un libro che parla di Dio non si concentra tanto sull’Altissimo Santissimo Creatore quanto sulle sue imperfette e sgangherate creature.

Se sono fatte a sua immagine e somiglianza perché allora restano così tremendamente umane, perché mentono, uccidono, divorano, affamano i propri consimili, perché non sono nemmeno lontanamente perfette come il loro inventore?

Claudio Parmiggiani, Altare della Basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate (dettaglio)

Il ritratto dell’uomo che emerge da questi racconti incastrati a formare un romanzo è qualcosa di talmente crudo e onesto da fare male: smarrito, senza guida e senza obiettivo, il genere umano si getta alla ricerca di qualche nuovo ideale da ergere a divinità e obiettivo di vita.

Perché allora non venerare i bambini? Perché non adorare uno strano dingo che per caso ha divorato la carne del dio defunto e ha cominciato a parlare e mentire come qualunque essere umano? Perché non fare la guerra in nome di ideologie che fino a qualche giorno prima non esistevano?

Il libro è veloce, pungente e diretto. Ogni capitolo/racconto affronta, con una verve molto americana ed originale, un aspetto diverso di questa distopia stranamente familiare, in cui la mancanza di senso che affligge gli uomini si tramuta in pretesto per perpetrare violenza e per abbandonarsi all’inedia.

Le storie che Currie ci propone compongono così un mosaico disturbante e provocatorio che ironizza con ferocia sul nostro bisogno di superstizione e su quanto sia fragile una società basata solo su fragili dogmi e su altre illusioni.


Accoppiamenti giudiziosi

Dio è morto, dicevamo, ma come se la passa l’arte sacra? Non benissimo, sembrerebbe.

Dopo aver rappresentato per molti secoli nell’immaginario collettivo la forma d’arte più diffusa (e nobile) dell’Occidente, oggi sembra quasi relegata a un ruolo ancillare, complici i mutamenti della società, il calo di facoltosi committenti e anche uno sviluppo radicalmente diverso della stessa idea di opera artistica.

Eppure continua a esistere, magari in luoghi lontani dai riflettori e con le giuste innovazioni in grado di colpire tanto il fedele quanto l’osservatore più scettico.

Ben si sposa con questo libro un’opera di difficile interpretazione che fatica a trovare una collocazione fra arte religiosa e provocazione dissacrante: parliamo dell’altare realizzato da Claudio Parmiggiani per la Basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate (Varese).

Claudio Parmiggiani, Altare della Basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate (2018)

L’opera è composta, nelle parole dell’artista, da “due luminose lastre marmoree sovrapposte che trattengono e proteggono, quasi materno pellicano, una moltitudine di teste antiche; reliquie ed emblemi di una sacralità, di una umanità, di una totalità”.

L’altare riesce in questo senso a spiazzare per rinnovare un messaggio che affligge nel profondo l’uomo quotidiano: la rielaborazione della tradizione, la fragilità del corpo umano e pure dell’arte di fronte all’idea di assoluto.

Certamente mette a disagio come solo le grandi opere riescono a fare: ci obbliga a riflettere e a confrontarci con qualcosa di scomodo e intimo che le litanie e i rituali ormai logori faticano a tenere sopito.

Come nel libro di Ron Currie anche qui la divinità diviene strumento con cui analizzare l’essere umano, che immaginando un dio necessariamente a propria immagine dischiude e disseziona la fragilità della propria vita e delle proprie convinzioni davanti a qualcosa di necessariamente più grande e durevole.

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