“Horrorstör” di Grady Hendrix

A tutti sarà venuta una stretta in gola entrando all’Ikea, almeno una volta nella vita.

Sarà la quantità di gente intenta a comprare oggettistica a buon mercato, sarà l’ordine abbagliante, il percorso obbligato fra i settori, sarà il sorriso stanco dei dipendenti costretti a mostrare ancora una volta lo stesso divano dal nome vagamente norreno.

C’è innegabilmente qualcosa di inquietante in tutto ciò che riguarda la grande distribuzione, specie se efficiente e istituzionalizzata come alcune rivendite di mobili.

Volendo analizzare la questione più da vicino, probabilmente il sottile senso di disagio che incontriamo in questi non-luoghi del consumo deriva proprio dalla perfezione: è la stessa angoscia che ci prende osservando un viso troppo simmetrico o una casa troppo ordinata, un misto di repulsione e invidia.

Altro problema che ci attanaglia in queste circostanze è senza dubbio l’omologazione, acuita dal terrore che essa provoca in ogni essere senziente.

Che sia illusione o meno, la sensazione di libero arbitrio è qualcosa che ci aiuta ad andare avanti e restare umani, qualcosa di cui non possiamo fare a meno per vivere. Allora il suo opposto, cioè l’omologazione dei prodotti, dei percorsi e delle opinioni, ci ingabbia in una sensazione soffocante di prigionia.

È su questo binario che Grady Hendrix impianta il suo romanzo, una tradizionale storia di case infestate che riesce però a stupire grazie ad una veste grafica innovativa e a una scrittura spigliata e divertente.

A livello di trama il libro non si discosta molto dal genere molto praticato da cui trae ispirazione: troveremo sedute spiritiche, possessioni, visioni spettrali. La narrazione è veloce e non annoia mentre si snoda fra cliché abbastanza battuti e scene piacevolmente grandguignolesche molto cinematografiche.

La vera chicca sta però nel fatto che l’intera opera è presentata come un catalogo di mobili.

L’invitante design scandinavo di una sedia da tortura. Disponibile in rovere chiaro e betulla medio…

Ogni capitolo ha infatti il nome di un prodotto con tanto di specifiche tecniche e presenta in apertura un disegno bianco su sfondo blu completo di slogan promozionale.

Naturalmente è una discesa nell’inferno, che anche i componenti d’arredo assecondano virando sempre di più verso macchinari di tortura d’ispirazione gotica.

Già Romero aveva intuito il potenziale dei supermercati sul nostro fragile equilibrio mentale: gli zombi moderni sono proprio una critica feroce al nostro consumismo da sonnambuli ed è proprio il supermercato il loro habitat perfetto.

Hendrix va oltre: il suo orrore coinvolge anche il mondo del lavoro, qui rappresentato come un inferno di sfruttamento, precarietà e ripetitività. Gli slogan aziendalisti sembrano comandamenti impressi a fuoco negli occhi dei peccatori, la gerarchia è una catena di sopraffazione e instabilità, il consumismo è un pretesto per privare i clienti dell’ultimo barlume di individualità e digerirli in una massa indistinta di penitenti, proprio come gli zombie.


Accoppiamenti giudiziosi

Nella grande tradizione romeriana, spesso lo zombie è diventato la chiave per sferrare una spallata (o un morso) al mondo del consumismo.

Jim Jarmusch, I morti non muoiono (2019)

Su questo filone, con una grande verve innovatrice, si pone anche l’irriverente “I morti non muoiono” di Jim Jarmusch.

Con un cast stellare che unisce gli iconici Bill Murray e Tilda Swinton a leggende della musica come Iggy Pop e Tom Waits, Jarmusch disegna così uno zombie paurosamente simile al consumatore prima della sepoltura: tutti infatti continuano a ripetere, acriticamente ed eternamente, le stesse routine che li imprigionavano da vivi.

Similmente a quanto accade ai dipendenti e ai clienti di Horrorstör, gli zombie di Jarmusch strizzano l’occhio alla commedia, in un’opera grottesca e trascinante che rompe la quarta parete e provoca costantemente il pubblico come se fosse parte dello stesso gioco macabro e irresistibile.

L’effetto non è sempre spaventoso, talvolta strappa una risata o almeno un sorriso, forse un ghigno: la smorfia angosciata e stupita di chi si sente colto nell’esatta rappresentazione delle proprie debolezze più profonde.

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