“Le particelle elementari” di Michel Houellebecq

Spesso i grandi miti di fondazione cominciano con due fratelli. Caino e Abele, Romolo e Remo, Seth e Osiride.

Anche “Le particelle elementari”, capolavoro controverso di Michel Houellebecq ormai divenuto un classico, si colloca in questo filone mitologico, narrandoci una futuribile evoluzione del genere umano a partire proprio da due fratelli: Michel e Bruno.

Come in ogni mito che si rispetti, i fratelli sono simili ma radicalmente diversi. Michel è un ricercatore in crisi esistenziale. Brillante, quasi asessuato, disinteressato a tutto ciò che non sia la sua grande ricerca, è più una figura profetica (celeste, aliena?) che un personaggio completamente umano.

Bruno al contrario è estremamente terreno e lotta costantemente con il proprio peso, con un desiderio sessuale straripante e spesso frustrato che lo porta a masturbarsi davanti alle ragazzine, a frequentare assiduamente prostitute e locali per scambisti, a far naufragare qualsiasi relazione sentimentale senza sentirsi mai realmente appagato.

Sono forse due anime che coesistono nell’autore: figure complesse che impariamo a conoscere in uno scavo progressivo a partire dalle loro rovine. Li vediamo adulti e torniamo indietro fino alle scuole elementari, sino all’infanzia in cui tutto è cominciato.

Entrambi nati da padri assenti e abbandonati dalla stessa madre – che curiosamente condivide il cognome con la madre dello stesso Houellebecq – finiscono per essere allevati dalle nonne proprio come il loro autore, che sorvolando le loro vite diventa ora biologo, ora chimico, ora filosofo, ora antropologo.

Le loro esistenze speculari si incrociano anche con due donne: Christiane, puro edonismo sfiorito e titanica sfidante del tempo che avanza, e Annabelle, bellezza abbacinante e sfortunata preda del proprio corpo e del proprio destino fin troppo umano.

Fra di loro c’è la vita che scorre senza saziare né soddisfare mai veramente, senza un vero scopo in grado di rendere degna di essere affrontata la quotidiana fatica dell’esistere.

Il romanzo è bello come solo le cose più crudeli riescono ad essere. È spietato, nichilista, feroce con se stesso e con noi lettori.

Navigando fra pagine di pura saggistica, riflessioni filosofiche e quadri volutamente pornografici, l’autore ci conduce con agilità dentro una visione del mondo che non lascia scampo.

Nella sua ricostruzione, infatti, tutto pare chiaramente concatenato: la progressiva morte del sacro, l’avvento del liberalismo e di un capitalismo predatorio anche in ambito sessuale, il sessantotto e gli hippie e i naufragi dei loro sogni in incubi anarcocapitalisti dove ancora una volta è la competizione a stabilire una gerarchia sociale e riproduttiva, la ricerca del piacere come rimedio per un sottile ma pervasivo senso di vuotezza.

È naturale allora che sia proprio questo il nocciolo duro del disagio che tutti i personaggi attraversano: la spinta riproduttiva, vista da Michel in termini puramente biologici e senza trasporto e vissuta al contrario da Bruno con furore e insoddisfazione. È da qui che il nichilismo più cupo dell’autore sfocia in un nuovo bizzarro umanesimo, che sarà ulteriormente sviluppato nelle opere successive sino a raggiungere posizioni vicine al transumanesimo.

Allora la vita eterna, l’uscita dal gioco biologico di nascita, riproduzione e morte può essere una risposta al nostro vagare?

Fantascienza, utopia e riflessione antropologica si coniugano in un’opera di difficile classificazione, una lettura fondamentale per la nostra epoca.


Accoppiamenti giudiziosi

La scrittura di Houellebecq è sferzante e analitica e realizza con acume crudele una certa forma di iperrealismo. Come un entomologo infatti Houellebecq guarda i personaggi con una lente speciale, indagando ogni piega della loro pelle in cerca di indizi per creare una propria teoria.

Ron Mueck al lavoro su un personaggio dell’opera Couple Under An Umbrella (2013)

I personaggi che incontriamo ne “Le particelle elementari” sono esperimenti umani a cui possiamo guardare da vicino senza paura di essere scoperti. La voce sicura dell’autore non ha mai paura di quello che potrà trovare, anzi si affonda negli angoli più bui senza ritegno.

Questo metodo d’indagine ricorda quello dell’artista australiano Ron Mueck, scultore celebre per i suoi personaggi giganteschi e iperrealistici.

Mueck crea opere che mettono quasi a disagio per l’incredibile realismo: capelli, pelle, occhi, tutto sembra reale è vivo.

Ron Mueck, Untitled (Big Man) (2000) – © Ron Mueck

Spesso, come nel caso del cosiddetto “Big Man”, i suoi protagonisti sono in pose che trasmettono angoscia e ben rappresentano la fragilità della nostra condizione umana. Nelle sue mani infatti la dicotomia fra corpo e mente diventa qualcosa di tangibile, grazie alla nudità, alla crudezza dei dettagli, all’enormità della carne esposta è narrata.

Il gigante rannicchiato è qualcosa di ingombrante, difficile da ignorare: i segni del tempo che deformano il corpo, lo sguardo smarrito, l’enorme fragilità delle sue membra nude lo rendono quasi un bambino perso nella propria solitudine.

Ron Mueck, Wild Man (2005) – © Ron Mueck

È questo il nuovo umanesimo di Houellebecq? Una lucidità dolorosa, una comprensione disillusa, acida e purificante dei limiti del corpo umano, prigione effimera e limite estremo di menti titaniche, incapaci di rassegnarsi alla propria ineludibile finitezza.

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