“Contratto con Dio” di Will Eisner

Siamo abituati a immaginare una New York smargiassa in grado di squarciare la notte con i suoi grattacieli e coi taxi che scorrono nel reticolo di strade come sangue pompato nelle arterie della metropoli. Ci hanno assuefatti forse i film e le serie TV, che nel corso del tempo hanno creato e cristallizzato un’immagine di America modellata sulla sola Manhattan.

Così non possiamo che rimanere a bocca aperta davanti alle tavole di Will Eisner, che con un tratto da cartoon o da vecchio fumetto ci trascina fra i vicoli di una New York oscura, povera e stranamente viva.

Eisner disegna e inventa storie con la maestria del narratore incallito: poco importa il medium, basta il risultato finale.

Nella sua New York, quella che forse non c’è più, troviamo personaggi disperati, falliti, ubriaconi, gente che la città ha affascinato, avvolto e stritolato come un serpente affamato: la città è spietata, la vita è dura anche in America.

Però Eisner non si rassegna all’ombra e – come un minatore visionario – continua a scavare certo di trovare, fra le macerie e il cemento, uno spiraglio di luce pura.

In “Contratto con Dio”, sua opera più famosa e capostipite in un certo senso del moderno graphic novel, l’autore ci porta per mano fra i vicoli e i caseggiati malandati di un’America sommersa.

I personaggi sono potenti, titanici, memorabili. Traboccano umanità e creano essi stessi un paesaggio di storie e miserie e riscatti naufragati.

L’opera, pubblicata negli States nel 1978, si compone di quattro racconti a fumetti, che si distaccano in modo brutale dagli scenari più familiari per i lettori di fumetti dell’epoca: niente supereroi, niente invasioni aliene.

Ci sono al contrario cantanti di strada alcolizzati, manutentori brutali per lavoro ma stranamente delicati e ingenui nella vita privata, ci sono signorine ambiziose che per evadere dalla loro vita squallida scelgono di sposarsi con un ricco pretendente, c’è soprattutto Frimme Hersh, il buon ebreo che stipula un contratto con Dio affinché non gli accada niente di male e perde la propria umanità con la morte della figlioletta.

Eisner ha compiuto, con questi quadri metropolitani di straziante bellezza, una vera rivoluzione nel mondo della narrativa. Non si tratta tanto di un rifiuto dell’estetica pop del fumetto e dei suoi cliché, quanto piuttosto una vera e propria evoluzione di argomento, di stile e di pubblico.

Pur non essendo in realtà il primo graphic novel mai pubblicato, “Contratto con Dio” è comunque la prima opera che si riconosce scientemente e di chiaramente come appartenente a questa nuova categoria.

Eisner, veterano della serie supereroistica “Spirit”, si lanciò con una carriera già avviata e nel pieno della propria maturità in un’avventura rivoluzionaria, che faticò inizialmente anche a trovare una collocazione editoriale: raccontare, con gli strumenti che più gli erano congeniali, una storia profonda e realistica sulla propria città.

Il libro ebbe sorti alterne, fu anzi inizialmente rifiutato dagli editori, fu esposto in libreria fra i libri di religione, fu relegato in magazzino perché non vendeva a sufficienza.

Come i suoi personaggi, “Contratto con Dio” ha conosciuto il fallimento e la disperazione eppure ha continuato a resistere e a imprimersi negli occhi e nelle teste dei lettori che – nel passare degli anni e dei gusti – l’hanno fatto pubblicare in quattordici lingue e incoronato alla fine come un vero cult.


Accoppiamenti giudiziosi

Le ambientazioni di Eisner ci rimandano al capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America”.

Visto, rivisto, digerito, questo film immortale arriva direttamente agli stessi ambienti e sale dalle stradine strette fra palazzi enormi e fatiscenti come una zaffata di odore familiare dal tombino davanti a casa.

Come De Niro in preda ai fumi dell’oppio, chiudiamo gli occhi e ricordiamo un quartiere in cui non siamo mai vissuti fisicamente ma che pure conosciamo da sempre. Gli squarci di bellezza lontana, sempre rinchiusa fra un’orizzonte irreale e la compatta materialità del cemento, ci riportano a Eisner e alla sua poetica.

Fotogramma del film “C’era una volta in America” di Sergio Leone (1984)

“C’era una volta in America” e “Contratto con Dio” sono il canto straziante del sogno americano quando a sognarlo sono i non-americani, coloro i quali hanno sempre guardato al nuovo continente come a una terra di opportunità e di illusioni e si sono confrontati per tutta la vita con il peccato originale del fallimento e della sconfitta.

C’è il crimine, certo, ci sono storie parallele di gente che fra i viottoli dei quartieri più bui si è persa e non è più tornata a casa.

C’è però anche la luce, ogni tanto: un cielo bianco e accecante che in uno dei fotogrammi più famosi del film erompe fra due file di palazzi, suturati dal Ponte di Brooklyn.

Eisner e Leone guardano a New York da punti di vista differenti però vedono la stessa cosa: vedono qualche storia luminosa e molte esistenze sotterranee e potenti pronte a fiorire in qualcosa di epico.

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