“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis

Quando non so cosa regalare in genere penso a un libro e quando non so quale libro regalare in genere compro “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, magnifico titolo con cui Adelphi ha portato in Italia il capolavoro di Roy Lewis noto in lingua inglese come What We Did to Father, The Evolution Man, Once Upon an Ice Age oppure The Evolution Man, or How I Ate My Father

Ne ho avute fra le mani diverse edizioni, se ne può trovare una copia proprio dovunque: ai mercatini dell’usato, in libreria, in casa di tua nonna.

È un assedio, inutile resistere. È il passato che torna a bussarci alla porta.

Perché questo libro sia una reliquia consacrata da un durevole successo editoriale risulta evidente già dalle prime pagine: è un dannato capolavoro e con leggerezza riesce a toccarci nel profondo.

Come tutti i grandi umoristi, Roy Lewis ci trascina dentro la Preistoria senza pretendere una risata, accontentandosi anche di un sorriso o di un disorientamento divertito, facendo dell’ironia la selce più affilata con cui rovistare nelle nostre vite da Homo Sapiens Sapiens. La risata poi arriva sempre, è inevitabile, ma lo fa con una spontaneità e una dolcezza tale da rivelare immediatamente la sua vera natura: è un mezzo per parlare di qualcosa di più profondo, non il fine ultimo di una lettura comunque veloce e godibile.

Prima di rendercene conto eccoci qui, seduti attorno al fuoco ad ascoltare la voce narrante di Ernest che ci parla di suo padre Edward. Conosciamo così un clan di ominidi stranamente somigliante a una famiglia dei giorni nostri: abbiamo un padre progressista e visionario, uno zio reazionario ancorato ai bei tempi andati, abbiamo amore e odio e fratelli e sorelle.

Tutto il romanzo si sviluppa attorno alla figura carismatica di Edward, vero uomo rinascimentale ante litteram, che si prodiga in invenzioni al limite del magico alla disperata ricerca di un indizio che segnali la fine del Pleistocene.

Poco importa che si tratti del fuoco o dell’esogamia, Edward inventa continuamente qualcosa di nuovo e diffondendo le sue teorie migliora la vita della sua comunità come un benevolo tiranno, sempre perso dietro qualche novità ancora da immaginare.

La principale forza del libro sta in un uso spericolato ed esilarante degli anacronismi, che punteggiano l’intero romanzo per agganciare alla vicenda dei nostri cavernicoli preferiti anche le nostre vite “evolute”, con i nostri grandi dilemmi da scimmie vestite e le nostre nude ottusità.

Invece di immaginare uno sviluppo graduale e diluito nello scorrere di secoli tutti uguali, Lewis e i suoi personaggi si affannano attorno a un uomo universale che racchiude in sé tutte le più grandi scoperte preistoriche, nell’ansia di raggiungere al più presto progresso ed evoluzione.

Ma il cammino dell’evoluzione si tratta veramente di un miglioramento? Edward e Lewis si prendono gioco di tutti noi discendenti dello Zio Vania, scimmia tutta d’un pezzo orgogliosamente arboricola e contraria a qualunque cambiamento, sia anche minimo.

Leggendo si ride, ci si acciglia, persino ci si commuove: diventa ad ogni pagina sempre più difficile rassegnarsi all’idea che si tratti solo di una forma d’intrattenimento riuscitissima e che dietro non si celi in agguato una critica feroce all’uomo moderno e ai suoi sempiterni difetti.

Edward, una sorta scimmia antropomorfa, ci deride dalle pagine del suo Pleistocene fantastico in questo modo: praticando la generosità dove noi vediamo solo egoismo, essendo creativo quando noialtri ci sentiamo pigri e ottusi, dimostrandosi tollerante e di ampie vedute quando noi posteri preferiremmo essere aggressivi e conservatori.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” è un tuffo nel passato, una corsa a ritroso che ci colpisce al cuore mentre ci fa morire dal ridere.


Accoppiamenti giudiziosi

Sempre di Preistoria si alimenta un videogioco molto particolare che di recente mi ha colpito. Parliamo di Ancestors: The Humankind Odyssey

In questo titolo della Panache Digital Games ci troviamo a impersonare un ominide alle prese con una foresta aggressiva e complessa, come un enorme enigma da risolvere.

Abbiamo feroci predatori alle calcagna e strumenti che faticosamente possiamo modificare sino a renderli utensili rudimentali.

L’idea alla base del gioco è quella di ridurre al minimo le regole: si può fare più o meno di tutto, morendo innumerevoli volte per una brutta caduta o stritolati da un enorme serpente, rompendo decine di strumenti, intossicandosi con un frutto troppo bello per essere innocuo.

Anche qui, come nel grande romanzo di Lewis, ci troviamo a fare una corsa contro il tempo, nel tentativo di superare le reali tempistiche dell’evoluzione.

È frustrante e stranamente rilassante assistere all’evoluzione dall’interno: si procede per tentativi e per fallimenti esilaranti, forse fa ridere, forse ci fa apprezzare tutto quello che sinora il genere umano ha saputo ottenere, nonostante i serpenti, i frutti velenosi e soprattutto Zio Vania.

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