“Guida alla notte per principianti” di Mary Robison

Madre e figlia baciano due uomini diversi sulla stessa macchina, fingendosi sorelle. Una coppia osserva le zucche che ha appena intagliato. Due gemelli si mentono per confessarsi la verità. Un padre chiama il medico per provare a capire sua figlia attraverso la malattia. Un coach si trasferisce con la famiglia per seguire lavoro e sogni di gloria. Un uomo lavora per un vivaio e assiste alla malattia invisibile della moglie, creatrice di origami professionista.

Sono come origami, queste storie a metà fra iperrealismo e minimalismo: senza mostrare lasciano appena intuire lo sviluppo di un turbamento, la risoluzione di un conflitto, l’epifania di una rivelazione che matura lentamente come un frutto raro.

Non ci saranno fuochi d’artificio o scossoni quindi è meglio non aspettarseli, perché il coraggio e la grandezza di queste narrazioni sta proprio nella delicatezza con cui analizzano i personaggi nelle loro piccole odissee, descrivendo ogni situazione con una precisione da miniaturista.

È tornata finalmente in Italia, dopo una lunga assenza, una delle più autentiche interpreti della short story americana. Dopo la scomparsa nei fuori-catalogo del bellissimo “Dimmi”, edito da Minimum Fax, Mary Robison ricompare sugli scaffali con questa silloge agile ed elegante, risalente al 1981, coraggiosamente pubblicata da Racconti edizioni.

Sono tredici momenti da gustare come quadri a una mostra: bisbigliando di fronte alla pittura, avvicinandosi per cercare d’individuare la maestria dell’autore nelle pennellate.

La Robison ci abitua da subito a una voce attenta e intrusiva, che scava i personaggi attraverso i gesti e le parole con una maestria invidiabile.

Le bastano due dettagli per calarci in un contesto che fino a qualche istante prima ci era completamente ignoto.

Le sue storie sono realistiche, strenuamente abbracciate a tutto ciò che è terreno, umano e fragile. Non sempre si riesce a risalire sino a un significato univoco, spesso si ha l’impressione di essere davanti a un’episodio qualunque che si carica, nel corso delle pagine, di una strana forza sommersa.

Perché ha scelto di raccontarci proprio questo? È veramente andata come penso? Una volta finito, un racconto ci lascia un’eco distinta che ci accompagna molto a lungo, oltre il libro, oltre il nostro punto di vista di lettori resi ciechi dalla fine della storia.


Accoppiamenti giudiziosi

Il Maestro Akira Yoshizawa con alcune delle sue creazioni

Con la carta si possono creare molte cose: racconti, romanzi, disegni, aeroplanini.

Torniamo però agli origami: i racconti della Robison mi sembrano molto affini a quest’arte giapponese, che risale secondo la tradizione all’epoca Muromachi (1392-1573)

Fra artigianato e lavoro artistico, come l’origami anche il racconto fatica a sgomitare fra forme artistiche ben più corpulente (ogni riferimento ai romanzi che affollano gli scaffali di ogni libreria non è affatto casuale).

L’esplosione di fama conosciuta in epoche più recenti si deve soprattutto alle innovazioni di Akira Yoshizawa, fondatore dell’International Origami Center di Tokyo, noto tra l’altro per avere ideato il sistema di notazione delle pieghe “Yoshizawa-Randlett” e per aver introdotto il metodo della piegatura su carta bagnata.

A Yoshizawa si deve soprattutto il grande merito di aver nobilitato a livello artistico ciò che prima di lui era ancora visto come semplice lavoro decorativo manuale.

Quando pieghi, il rituale e l’atto della creazione sono più importanti del risultato finale.

Akira Yoshizawa

Anche quello di Robison è il lavoro di una vita, al contempo rituale e creativo. È lo sforzo costante di elevare forme e luoghi della quotidianità a bagliori di pura arte.

I racconti brevi e gli origami ci tramandano spesso una storia di fatica e di soddisfazione per le piccole cose, che passa necessariamente attraverso l’apprendimento di un metodo – rigoroso, personalissimo, innovativo – per deformare la pagina sino a farle ottenere la forma desiderata. È tutta questione di allenamento: bisogna imparare a forzare il nostro sguardo umano e fallibile per vedere dietro ogni situazione ordinaria qualcosa di potente che tutti gli altri occhi faticano a vedere.

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