“Ferito a morte” di Raffaele La Capria

Si avvicina l’estate e mi torna in mente la strana sensazione di essere sulla spiaggia, a occhi chiusi, inondato dal sole, e di perdere per un istante l’orientamento.

Quando ti capita apri gli occhi e i colori sembrano falsati, è una specie di vertigine che passa in qualche secondo, un lasso di tempo indefinito in cui ti muovi leggero fra sonno e veglia, fra sogno e déjà vu.

È questo spaesamento etereo che mi riporta indietro a “Ferito a morte”, capolavoro del grande Raffaele La Capria, pubblicato per la prima volta da Bompiani nel lontano 1961 e ora riedito da Mondadori anche nella prestigiosa collana de I Meridiani.

È un libro speciale, ormai divenuto un classico: un’opera – secondo Claudio Magris – che “fonde perfettamente natura e storia, coerenza strutturale della costruzione narrativa e impalpabile poesia del fluire della vita, percezione sensibile e critica politica, l’istante atemporale dell’epifania esistenziale e la storicità (entrambi incarnati in una Napoli mitica e reale), pessimismo e felicità”.

Fin dalle prime pagine risaltano i racconti, più che i personaggi, con la loro costante rielaborazione mitica di ciò che è stato, nella cristallizzazione di un attimo perfetto e dorato dentro il paradiso provvisorio della giovinezza.

Conosciamo Massimo, in procinto di lasciare Napoli per trasferirsi a Roma, conosciamo i suoi amici, Carla, la sua famiglia.

Dal punto di vista tecnico, Ferito a morte” segue una struttura irregolare, ondivaga e molto modernista, caratterizzata da un uso spericolato del discorso diretto, che compare all’improvviso nel corso della narrazione come uno scorcio di mare azzurro nell’intrico della macchia mediterranea a strapiombo sul litorale.

La voce di Raffaele La Capria, a sessant’anni dalla pubblicazione, non ha perso il fascino e l’eleganza che lo hanno portato al Premio Strega e reso uno degli scrittori più raffinati del panorama italiano.

Oggi, abituati all’agile metodo americano di fare narrativa, le sue parole sembrano singolari e nuovissime per il modo che hanno di avvicinare il lettore alla storia per gradi, attraverso quadri e visioni che stanno a metà fra il ricordo e il sogno e che ignorano con disinvolta leggerezza le regole della scrittura contemporanea, la chiarezza espositiva, persino la trama.

In fondo la trama c’è, esiste da qualche parte sul fondale delle vicende che prendono vita sulla carta e che si snodano – fra gli agi della borghesia napoletana – nelle esistenze di Massimo e dei suoi amici.

Il tema principale sotteso all’intero impianto narrativo è la Grande Occasione Mancata, che compare già dalla scena di apertura della pesca alla spigola: è qualcosa di impalpabile e perduto come la giovinezza, la libertà, la spensieratezza, ma anche un amore naufragato o una città come Napoli con le sue contraddizioni e il suo richiamo irresistibile.

Sembra di stare in un sogno, o nella confusione adombrata che precede il risveglio: per Massimo non c’è paesaggio più onirico della sua terra frastagliata che si bagna nel mare e gli resta impressa negli occhi anche durante la sua lunga assenza. I colori accesi, le voci che salgono fino al palazzo di famiglia, il gusto della salsedine rimasto addosso dopo le avventure in mare.

I personaggi di La Capria si struggono così fra la città che li ammalia e fa assopire in una jeunesse dorée decadente e la voglia di emergere nel boom economico che ha investito l’Italia nel secondo dopoguerra con la sua modernità invadente e necessaria: sono protagonisti difficili, portatori di un sentimento complesso che rigetta il mito della Napoli spensierata e chiassosa per definire un profilo più maturo anche dell’idea di benessere.


Accoppiamenti giudiziosi

Il mare come visione epifanica lega strettamente “Ferito a morte” con il capolavoro di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”.

Anche nel film del grande cineasta napoletano si parla di un arrivo a Roma e di un’indolente deriva – guardandolo l’ho immaginato come una prosecuzione della narrazione di La Capria, un seguito ideale capace di collegare il mondo dorato di Massimo al nostro presente sconquassato.

Cos’è accaduto, nel frattempo? L’arte, il successo, la vita?

Forse Roma e Napoli sono due paesaggi dell’anima, in cui il panorama esteriore e quello interiore si sovrappongono, in cui la grande bellezza spalanca una porta verso l’esplorazione di se stessi.

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