“Ondata di freddo” di Thom Jones

Prima o poi viene voglia a chiunque di sentir parlare d’Africa, di macchine veloci, di boxe, di esercito, di dura vita vissuta.

Per fortuna esiste Thom Jones.

Bidello, copywriter pubblicitario, marine, boxeur, Jones ricalca con la propria esistenza terrena le vicende sghembe e sgraziate che mette su carta.

È il tono che conta, il modo di raccontare: Jones pare se ne freghi delle regole, delle buone maniere, delle scuole di scrittura creativa, persino dei lettori. La sua è una scalata in solitaria verso la vetta della propria disperazione e del proprio dolore.

I suoi racconti – arrivati in Italia nelle raccolte a cura di Minimum Fax – parlano tutti delle stesse cose: troveremo sempre qualcuno che è appena tornato dall’Africa, in genere malato e arrabbiato. Ci sono poi medici, belle donne, tipi violenti, musica rock, uomini incerti sul crinale fra vita e morte. Ci sono sogni di gloria naufragati, c’è violenza e c’è soprattutto grazia che entra fra le crepe minuscole delle cose sbagliate e porta una luce inattesa dove apparentemente dovrebbe esserci solo ombra.

Il dolore diventa così materia e strumento in una personalissima ricerca del sogno americano nei suoi gorghi più profondi.

L’aspettò più bello di questi racconti squinternati e feroci, tutti destinati a lasciare il lettore senza fiato per bellezza e crudeltà, è proprio la loro profonda riflessione sulla condizione umana, che si traduce ora in paura, ora in desiderio di rivalsa, ora in struggimento. In ogni caso, le storie di Jones non sono cupe e affrontano anche i temi più difficili con un tocco stranamente delicato e luminoso.

Jones la sa lunga, sa che ognuno ha la propria battaglia e che siamo tutti destinati a prenderle sul ring. Capita a tutti di tornare a casa con un occhio nero, ma comunque continueremo a sperare e lottare pur essendo certi di perdere.

Anche il rapporto fra vita e morte è ambiguo e percorre tutto il libro come uno spettro angoscioso ma allettante, perfettamente incarnato dal ritratto sfocato che viene fatto del continente africano: la malattia, il dolore, la sensazione di fallimento non soffocano ma anzi esaltano la fragile umanità dei protagonisti che – di fronte alla resa dei conti finale – tirano sempre fuori un ruggito primitivo da veri lottatori.

Non serve vincere, serve combattere.

È da questo aspetto della sua narrativa che si capisce come la boxe e la vita militare abbiano segnato indelebilmente la scrittura di Thom Jones, che in questa raccolta arriva a sublimare questi temi rendendoli un sottofondo invisibile ma onnipresente. Ogni tanto emergono, fra le righe che parlano d’altro, e ti colpiscono in faccia con la precisione di un predatore.

La boxe, se uno la fa come si deve, è un’attività sacra.

Thom Jones, Mani di dinamite

Jones ti fa innamorare mentre è al tappeto: è vita, materia, prosa veloce e aggressiva che non ha tempo per annoiarsi e forse non ha tempo nemmeno per morire.

È una corsa, una guerra infinita contro se stessi e contro le malattie che fanno capire, riga dopo riga, quanto sia preziosa la vita anche nei suoi angoli più torbidi.


Accoppiamenti giudiziosi

L’America è una terra di rabbia e d’istinto. Ogni tanto per dare vita a una storia – a prescindere dalle solite regole trite e ritrite di tecnica narrativa – basta cambiare prospettiva.

Jones rovescia, getta per terra tutta la sua vita e guarda i cocci della propria esistenza finché non cominciano ad assumere una forma intrigante.

È più o meno la stessa cosa che fece Jackson Pollock (1912-1956), massimo rappresentante dell’action painting e dell’espressionismo astratto, quando levò la propria tela dal cavalletto e la stese per terra per farci gocciolare sopra il colore direttamente dalla punta del pennello o dalla latta di vernice.

Pur adoperando sempre gli stessi strumenti della pittura tradizionale (il pennello, la vernice, la tela), Pollock ha inventato un nuovo metodo di espressione artistica che lasciasse spazio alle proprie emozioni, sulla falsariga di quanto avviene in un rituale sciamanico, danzato attorno al fuoco.

Pollock e Jones hanno proprio questo in comune: la tendenza a lasciar sgorgare la propria interiorità senza sforzarsi di incanalarla secondo regole esogene.

Non hanno paura della bruttezza, della confusione e dell’effetto spiazzante che l’opera potrebbe avere su un osservatore: l’opera è essa stessa esercizio di vita e narrazione, prodotto di meccaniche inconsce che – prive di un progetto originario – liberano una tensione interiore affinché s’imprima sulla tela o sulla pagina come un’emozione visibile a occhio nudo.

Nonostante le regole della società, in questo modo la vita dell’artista e il suo rapporto con l’opera diventano terapia e confessione, rito e profanazione violenta.

Alla fine i libri di Jones sono sopravvissuti al suo creatore, continuando a parlare quando la storia era già finita, perché sono riusciti a rendere universale la memoria di chi ha raccontato le sue storie per la prima volta.

I suoi racconti sono belli, cattivi ed eterni e vivono di vita propria, come i quadri di Pollock che staccandosi dalla sua coscienza d’artista lo possedevano in una sorta di trance e lo costringevano a dipingere, perché avevano bisogno, in qualche modo, di venire al mondo.

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