“Resoconto” di Rachel Cusk

Si dice talvolta che i racconti e i romanzi abbiano bisogno di alcuni elementi fondamentali per esistere: una trama, dei personaggi, un conflitto.

Sono molti i tentativi più o meno recenti di scardinare una a una le certezze del lettore e con esse l’impianto ormai scricchiolante e arrugginito del romanzo come lo conosciamo.

Rachel Cusk, scrittrice inglese già arrivata in Italia tempo fa grazie a Mondadori, inaugura con “Resoconto” una nuova trilogia magistralmente importata da Einaudi e destinata a stravolgere le nostre idee su narrativa e romanzo.

Lo fa con garbo, con distacco, sottovoce. È forse questa la cosa più spiazzante: la determinazione di demolire e creare qualcosa di nuovo senza gridare, senza esplosioni o effetti speciali.

Resoconto” è in effetti ciò che sta scritto in copertina: un resoconto. La trama – scarna, impalpabile – si può riassumere in una manciata di parole: una scrittrice inglese va ad Atene per tenere un corso di scrittura creativa.

La verità è che la Cusk, dietro questa parvenza di trama, ci parla di tutt’altro, anzi ci riporta le voci degli altri – fa un resoconto, appunto, di discorsi e racconti altrui.

Ci sono infatti molte storie dentro questo libro, molte voci diverse che vengono filtrate da un io narrante quasi trasparente, un orecchio purissimo che riporta ciò che sente.

È di fatto impossibile descrivere l’atmosfera soffusa che si costruisce nel corso della lettura: leggero disagio, sottile malinconia, abbandono, senso di attesa, stasi?

Si è sospesi, sopra Atene, sopra le vite degli altri: è un privilegio di chi narra per mestiere. Ma questo raccontare isola o forse crea simpatia nell’accezione greca del termine, forse allontana e abitua a vivere da spettatori.

Come in una confessione assoluta, la voce narrante si mette a nudo praticando il suo mestiere, infatti raccontando gli altri racconta sé stessa.

Sono riflessi quelli in cui ci appare la protagonista del romanzo – una donna di mezza età, madre, scrittrice di professione – che si specchia nei suoi personaggi e nelle loro esistenze con il semplice raccontare, con la scelta di parole e vicende che lasciano il fulcro della narrazione sempre e solo sullo sfondo.

È interessante anche notare come la narratrice ci appaia soltanto come occhio o come orecchio. È la tragedia del narratore: vivere di storie, nelle storie che racconti agli altri.

In questo modo il flusso di trame minuscole appare coerente, ben amalgamato dallo stile asciutto ed elegante della Cusk che ci offre sì una propria visione del mondo e dei temi che vivendo si trova a incontrare, ma lo fa di traverso: la sua resta sempre una testimonianza de relato.

Ode all’ascolto o esaltazione dell’arte del racconto, “Resoconto” ad una prima faticosa lettura mi ha lasciato stranito, però ho continuato per giorni a pensare ad alcune situazioni del libro come se fossero mie.

È un libro che rimane impresso, in un modo strano e solo suo, come un sogno nell’attimo del risveglio: nel dissiparsi si incide a fondo e ci rimane disegnato da qualche parte nel profondo del cervello.


Accoppiamenti giudiziosi

“Resoconto” e la trilogia di cui è parte appartengono alla categoria di opere che rendono arte la vita stessa. Oggi il termine “auto fiction” è abusato e dà per scontato che i fatti narrati siano veri. Nella trilogia non c’è niente di vero, non per forza.

Sono storie verosimili perché appartengono a chiunque.

Ancorché molto praticata, questa strada è tanto più difficile da percorrere quanto più sono ordinarie la cornice e le storie che i romanzi di questo tipo vogliono contenere.

La Cusk racconta infatti una storia particolare, la storia di una scrittrice lontana dalle vite della maggioranza dei suoi lettori, eppure non si perde mai in un’opera per i soli addetti ai lavori.

In un delicato gioco di specchi ed equilibri, si riescono infatti a individuare tematiche universali con cui vengono agganciate una ad una anche le esistenze di chi legge: la maternità, il viaggio, il senso di solitudine, l’evolversi delle relazioni, l’arte e la fatica di crearla.

È proprio questa chiave di lettura che mi ha richiamato alla mente un disegno di Maurits Cornelis Escher intitolato “Mani che disegnano”.

Le due opere mi sembrano molto vicine proprio perché rappresentano entrambe un’arte che si autoalimenta.

M. C. Escher, Mani che disegnano (1948)

Nella litografia – tipico esercizio mentale e paradossale del grande incisore neerlandese – ci viene trasmessa la stessa idea di rigore che sta alla base del Resoconto di Rachel Cusk.

Si vedono, sotto la superficie del romanzo e dell’incisione, schemi e dedizione all’arte che tracimano dalla mano dell’autore o della voce narrante: è l’esaltazione del fare arte vivendo e, specularmente, del fare della propria vita, anche nelle cose più piccole e ordinarie, un’opera d’arte.

Sono interessanti in questo senso anche i racconti che germogliano da “Resoconto”, quelli abbozzati dagli studenti della protagonista, le loro esperienze di vita raccontare e riportate, perché ci aprono con un abile inganno prospettico enormi panorami in cui perderci.

Lavoro di cesello, esperimento mentale, viaggio dentro sé – nella Cusk come in Escher c’è precisione e pulizia, ma il rigore compositivo non toglie libertà alla mente di chi legge che si perde in ogni frase aperta come di fronte a una grande strada piena di deviazioni.

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