“Sei una bestia, Viskovitz” di Alessandro Boffa

Chi sia Alessandro Boffa e cosa l’abbia portato a scrivere “Sei una bestia, Viskovitz” nel lontano 1998 è un mistero.

Di lui in rete ci sono pochissime notizie, l’unica fonte leggermente più esaustiva delle stringate biografie sul retro dei libri sembra essere il suo editore americano.

Ci troviamo sicuramente davanti a un autore atipico, nato a Mosca, reduce di una formazione scientifica che l’ha portato prima a lavorare in un laboratorio e poi a studiare un modello matematico della corteccia cerebrale, quindi a vendere pietre preziose a Bangkok e infine a gestire un ristorante in Thailandia.

Ha scritto pochissimo e vissuto tantissimo, almeno stando alle sue stesse parole.

La verità è che non abbiamo fonti sufficienti per confermare o sconfessare queste dichiarazioni. Tanto basta per fare di Alessandro Boffa una specie di leggenda.

Il suo libro, pubblicato originariamente da Garzanti e riedito in una nuova elegantissima veste da Quodlibet, si divora in un giorno e come l’autore non ama la banalità.

I personaggi che compaiono nei diversi capitoli hanno gli stessi nomi ma cambiano specie di continuo. Il protagonista eponimo dell’intera opera, Viskovitz, ci abitua così a una giostra di metamorfosi che lo portano ad essere lumaca e cane, scorpione e pappagallo, ghiro e tenia.

È sempre lui, eppure è diverso, affetto dalle peculiarità dell’essere invertebrato, pesce, uccello, e in ogni metamorfosi o reincarnazione si fa interprete spietato di una satira intelligente, acuta e mai scontata sulle caratteristiche animali di ogni essere umano.

Davvero ignoriamo la sete di potere delle formiche? E l’accidia del ghiro, e la vanagloria del fuco, e la paranoia del fringuello?

Quella bestia di Viskovitz impariamo a conoscerla mentre conosciamo i nostri istinti più beceri, senza mai capirla veramente: ritorna nelle storie il suo amore per Ljuba, ritornano le sue dissvventure tragicomiche che strappano un sorriso e qualche riflessione più profonda, abbozzata e mai invadente, nello scorrere piacevole delle pagine.

È forse la storia di un’evoluzione, se ne parliamo guardando alla narrazione in prospettiva puramente scientifica: non un libro sugli animali ma un libro in cui gli animali affrontano la nostra vita di uomini in tutte le sue sfaccettature dalla nascita alla morte.

Eppure la struttura scanzonata e arguta apre molte possibilità di interpretazione che rendono il libro un tentativo riuscitissimo di ibridare con la giusta dose di ironia le teorie evoluzionistiche con la tradizione avita della reincarnazione.

Un fatto è certo: non ci si annoia mai, leggendo di scorpioni serial killer e di cani antidroga drogati, ma il valore del libro sta proprio nella capacità di trafiggere con la leggerezza di un’ape temi enormi e complessi che trasversalmente riguardano il genere umano e la grande varietà di esseri viventi che lo circonda.


Accoppiamenti giudiziosi

Mosaico di Orfeo, da Piazza della Vittoria a Palermo (III secolo d.C.) – Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas”

Leggendo questo libro mi è tornata alla mente una raffigurazione di Orfeo circondato dagli animali.

L’opera a cui pensavo è un mosaico, si trova a Palermo, ma è un soggetto abbastanza diffuso. Come di Boffa, anche di Orfeo non ci sono notizie certe. Figura storica rielaborata dal mito? Dio, semidio, uomo?

È in ogni caso l’artista per eccellenza, il musico capace di ammansire con la sua lira anche gli animali, ma è anche lo sciamano, il mortale disceso negli inferi per recuperare la sua Euridice, il fulcro di un culto misterico che proprio da lui ha preso il nome, l’Orfismo.

Carattere peculiare di Orfeo è quello di riunire in sé tratti apollinei e dionisiaci: da un lato egli è infatti una figura sacerdotale protettrice delle arti, dall’altro un personaggio intimamente compartecipe del mondo animale, fine conoscitore della morte e della sua danza contorta con la vita.

Le tradizioni dell’Orfismo hanno talvolta terreno comune ai miti ebraici o cristiani: anche qui si parla infatti di un dio ucciso e risorto (Dioniso, smembrato e divorato dai Titani e quindi risssemblato da un’altra divinità), anche qui c’è una sorta di peccato originale (gli uomini nascono dalla combustione dei Titani carbonizzati dalla furia di Zeus).

Senza addentrarsi in una selva di analisi e ripensamenti, basta ricorda un elemento centrale nel culto di Orfeo, così come nel pensiero della scuola pitagorica e di molti altri sistemi filosofici antichi: la metempsicosi, la “reincarnazione” dell’anima dopo la morte del corpo.

In questo senso, secondo gli Orfici lo spirito trasmigrerebbe da un corpo all’altro in una progressiva catarsi sino a spogliarsi completamente della materia.

E forse è questo il viaggio di Viskovitz, che trafigge evoluzionismo e orfismo con la sua ironia e il suo uso spregiudicato di linguaggio scientifico misto al colloquiale in una risalita vertiginosa alle origini di tutto?

Viskovitz arranca, rimbalza da un corpo animale all’altro, da una disavventura all’altra, sino a raggiungere nell’ultimo capitolo una forma semplice e perfetta, quella dell’organismo unicellulare.

È lì che tutto ha inizio, è lì che si diventa una bestia, Viskovitz.

Forse è questo il suo obiettivo: sghignazzare sugli umanissimi peccati degli animali per purificarsi di uno strato alla volta sino a liberarsi completamente di ogni forma o materia.

È liberatorio, è bellissimo, è angosciante purificarsi. E lo è ancora di più farlo ridendo e parlando di suricati e spugne.

Ma allora che succede, alla fine, si ricomincia? È davvero tutto finito?

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