“Il silenzio” di Don DeLillo

Silenzio, il profeta ha parlato di nuovo.

Una delle qualità che più ammiro negli scrittori è la capacità di prevedere – o meglio di vedere attraverso – le cose.

Se la bravura tecnica è qualcosa che in una certa misura può essere appresa e trasmessa, la profondità di sguardo è una qualità tanto rara quanto innata.

Bisogna essere ottimi osservatori del presente e del passato, sicuramente, ma serve anche qualcos’altro, un sesto senso, la capacità di unire i puntini.

È un procedimento simile a quello degli investigatori dei migliori gialli ma più sottile, senza conferme: non ci sarà mai la spiegazione finale del cattivo messo alle strette.

Don DeLillo in questo nuovo romanzo si conferma come una divinità benevola, che elargisce vaticini e riflessioni senza pretendere conferme.

Il silenzio” (Einaudi) prende le mosse da una preoccupazione che aleggia da un po’ di tempo, figlia forse del famigerato “millennium bug” che attanagliò quasi tutti all’alba del 2000: la fine delle trasmissioni, il grande nero, l’apocalisse tecnologica, il silenzio totale.

Siamo in un appartamento, ci sono una professoressa universitaria, suo marito, un suo ex-studente brillante divenuto anch’egli o insegnante. Una coppia di amici è in arrivo in volo da Parigi.

Mentre assistono al Super Bowl avviene l’imprevedibile, il blocco totale di ogni tipo di tecnologia e trasmissione.

Allora di cosa possiamo fare a meno? Televisori, ascensori, lavatrici, tostapane, pacemaker, soldi, telefoni per chiamare gli amici, telefoni per chiamare aiuto, armi nucleari, informazione, conoscenza, controllo? Schermi?

– Nessuno vuole chiamarla Terza Guerra Mondiale ma è di questo che si tratta, – dice Martin.

Don DeLillo, Il silenzio

I personaggi ci vengono offerti così, come figure immobili. Sono tutti paralizzati dallo schermo che d’improvviso diventa nero. Cosa possono fare, de resto, senza sapere, senza vedere nulla?

Muoversi a tentoni in un mondo che scoprono di non conoscere, mutilati di un senso, è un gesto terrificante e straniante.

È così che il vecchio padrone di casa si fa telecronaca, il giovane professore diventa una sorta di radio sintonizzata sull’eco delle parole di Einstein e sui concetti che sembrano affollarsi per fuggire dal suo cervello in procinto di spegnersi.

DeLillo ne parla col suo miglior tono asciutto e piano, in un’opera breve e sicura di sé che non sbaglia un colpo.

Il Maestro si è molto asciugato dai tempi di Underworld, sembra anzi aver sposato un certo minimalismo che storicamente non ha incontrato molti estimatori fra i post-modernisti. Leggendo le sue parole però si ha la certezza che questa lauta brevitas non sia frutto di mancanza di contenuti ma anzi derivi da un lavoro minuzioso di rimozione e levigatura, frutto di vero amore per l’essenziale e per la parola.

Assistiamo – come già in Body Art – a uno spettacolo oscuro, difficile da comprendere fino in fondo fra le frasi morsicate dei personaggi e il loro carattere evanescente. Ci troviamo nel mezzo di un’ambientazione teatrale molto scarna che ben ricalca la nudità di una società abituata a sbraitare che si dovesse trovare improvvisamente senza voce.

È sospesa ogni cosa, come in un sogno: anche le azioni si sfaldano nell’ironia, nel dubbio, nella ripetizione meccanica, mentre il sospetto si tramuta lentamente in certezza.


Accoppiamenti giudiziosi

Il silenzio come assenza è da sempre grande ispirazione per ogni arte. È mancanza, certo, ma è anche paura, anticipazione della morte, riposo, quiete.

È di sicuro sconcerto quello che provano gli ascoltatori di fronte a 4’33” di John Cage, composizione in tre movimenti tutti imperniati sul tremendo “tacet” che campeggia sullo spartito.

L’esecutore del brano infatti si trova a non dover suonare alcuno strumento per i tre momenti, di durata ineguale, che compongono l’opera.

Il pubblico così assiste in silenzio a una performance spiazzante, che lascia spazio ai suoni impercettibili dell’ambiente, al respiro dei musicisti, ai suoni sacri dell’attesa.

Anche Cage, come DeLillo, non trova soluzioni di comodo ma compie un percorso doloroso scavando dentro di sé sino a raggiungere in questo modo l’essenza della musica, con quella che ritenne essere la sua opera più importante.

Dopo aver provato l’esperienza della camera anecoica – forse la forma più vicina al silenzio assoluto sperimentabile da un essere umano sulla Terra – Cage ha realizzato che quello spazio vuoto lasciato dal suono chiuso fuori dalla stanza veniva riempito comunque dai suoni minuscoli del proprio corpo, da battito cardiaco e che quindi il suono domina ogni istante della vita umana.

Il silenzio di DeLillo e quello di Cage hanno in comune proprio la parzialità: essi danno l’illusione di essere assoluti ma in realtà sono nati apposta per consentire agli ascoltatori di focalizzarsi sui rumori di fondo, sulle cose minute che normalmente vengono schiacciate dal suono protagonista di uno strumento o di un computer.

Curiosamente il percorso di Cage e DeLillo si incontra anche in un altro senso: la durata complessiva del brano è di 273 secondi e -273 °C è lo zero assoluto della temperatura, “Zero K” come la penultima fatica del grande autore americano – irraggiungibile come il vero silenzio.

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