“La Grande Beune” di Pierre Michon

Gli incompiuti normalmente disorientano il pubblico. Manca la certezza di uno scopo che spesso funge da motore per l’intera storia e sostiene come una fede cieca gli occhi dei lettori sino all’ultimo rigo.

Perché, dopotutto, leggere qualcosa che anche il suo autore non è riuscito a portare a termine?

Eppure con “La Grande Beune” Pierre Michon ci insegna che anche un lungo incipit abortito può diventare un’opera profonda e autonoma.

Abbiamo fra le mani un libello sottile, elegante come tutti i suoi consimili della Piccola Biblioteca Adelphi. Come i cani di Pavlov, ancora prima di aprirlo i lettori assuefatti alle grandi scoperte di Calasso & Co. cominciano a sbavare ancora prima di perdersi nella seconda di copertina.

Sappiamo istintivamente che ci sarà qualcosa di grande nelle sue dimensioni minute e non resteremo delusi.

La storia è semplice, con un piacevole sapore di già vissuto: un maestro elementare comincia il proprio lavoro in una zona remota della Francia, nel Périgord, e subisce il fascino obliquo della tabaccaia del paese, una grande donna “tutta latte”, con capelli corvini e mani fatte apposta per carezzare pacchetti di Marlboro e sogni proibiti.

Il protagonista sopravvive, nell’ombra ingombrante di questa monolitica figura femminile che sembra uscita direttamente dalle mani di un artigiano paleolitico. Grande madre, degna di venerazione e di vorace desiderio, inizio e fine di ogni cosa.

La narrazione però va ben oltre la trama – appunto incompiuta, un abbozzo di qualcosa di più grande che non è mai riuscito a nascere – e si insinua con l’acqua dei fiumi che tratteggiano la regione dentro epoche diverse, per risalire come un salmone sino alle origini di tutto.

Entriamo così nelle grotte affrescate come quelle di Lascaux, ma le più interessanti sono forse quelle vuote come un enorme utero geologico dopo il parto di un’intera civiltà. Ci perdiamo nei cunicoli e nei corsivi dei bambini e del maestro che già vede nei suoi allievi la prosecuzione di quel caos iniziato all’epoca delle pitture rupestri e ancora in corso.

Il maestro e la tabaccaia sono parte dello stesso ecosistema che unisce violenza e candore in una danza antichissima che dai boschi e dai ruscelli scorre sin dentro il paese con le sue vite minuscole e i suoi sottintesi.

È il canto dell’eterno, dello scorrere, del passare.

Ci sono animali e riferimenti ricorrenti – i pesci, la volpe, la donna-venere callipigia (letteralmente “dalle belle natiche”) – che disegnano una mappa mentale spesso difficile da districare, in cui si intrecciano le culture primitive, la statuaria classica, la caccia, la pesca, il sesso in un mosaico sempiterno di enorme umanità.


Accoppiamenti giudiziosi

“La Grande Beune” doveva essere nelle intenzioni dell’autore parte di un’opera di più ampio respiro, che si sarebbe intitolata “L’origine del mondo”.

Impossibile non notare il richiamo all’omonimo dipinto di Gustave Courbet che con incredibile realismo alimenta ancora oggi scandalo e leggenda.

Gustave Courbet, L’origine du mond (1866) – Musée d’Orsay

Ogni discorso sulle origini non può che partire da lì, dalla nascita, dal sesso.

Perché l’artista conosce bene lo struggimento della creazione, l’immensità della parete bianca ancora da dipingere o da scrivere. È un rapporto ambiguo, quello fra sesso e arte, fra concepimento di un altro essere umano e concepimento di un’idea, di un’opera, di una storia.

È interessante comunque notare, confrontando Michon e Courbet, un approccio diverso ma complementare al realismo come metodo d’indagine del reale. Entrambi conoscono la crudezza e la sensualità, ma lo fanno con metodi e mezzi ben distinti.

Se Courbet infatti ricerca un’immediatezza quasi fotografica, Michon dà una prospettiva come se tutto avvenisse in contemporanea: fotografa lo scorrere e l’eterno movimento concentrandosi sull’intersezione di piani temporali e di voci nel medesimo luogo.

Per entrambi, però, appare veramente fondamentale una cosa: il punto di vista. Entrambi osano, fanno pesare il loro occhio da cui ci costringono a guardare senza pudore e senza scampo.

Come tutti i grandi narratori, ci raccontano una storia che diventa unica grazie al loro tratto inconfondibile e che riesce a svelare un nocciolo luminoso, liberandolo dalla fragile buccia della trama o della tela.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...