“Melancolia della resistenza” di László Krasznahorkai

Innocenza ed esperienza si alternano danzando in un equilibrio precario e costante che aggioga pianeti, stelle, popoli, persone, elementi chimici.

Krasznahorkai nel suo capolavoro “Melancolia della resistenza” canta il trionfo del caos, illumina la decomposizione.

Non c’è altro protagonista nell’atmosfera asfittica e convulsa del romanzo: solo il caos, che si manifesta nell’alternanza di voci e personaggi attorno all’arrivo in città di un misterioso circo e della sua attrazione principale, un’enorme carcassa di balena.

È una stabilità provvisoria, come quella dei cadaveri congelati o dei fiori essiccati, perché ognuno sa che è impossibile arrestare l’apocalisse.

La vicenda narrata – quanto mai esile nella successione degli eventi – trova slancio solo grazie ai punti di vista dei suoi narratori che con l’andare delle pagine si avvicendano in un vana resistenza alla distruzione dell’universo intero.

Certo resistere è una reazione comprensibile, mentre tutto comincia a finire: lo si può fare rincorrendo un potere terreno e friabile, come fa la Signora Eszter, oppure rinchiudendosi nell’illusorio amore per l’armonia degli astri, come il semplice Valuska.

Sono proprio la perfezione e l’equilibrio le due più grandi bugie di cui si accorge il disincantato Signor Eszter, acclamato studioso di musica che impazzisce nel momento in cui comprende che le note come le conosciamo non sono altro che una convenzione, frutto del lavoro di teorici come Andreas Werckmeister sul cosiddetto temperamento.

Allora esistono note più pure, più autentiche? Esistono prospettive più chiare dei salotti puliti e ordinati del centro? Esiste qualcosa di maligno dietro la folla che si assiepa attorno al tendone del circo?

Il romanzo è una

dolorosa presa di coscienza, è come passarsi gli occhi con la carta vetrata per vedere meglio cosa c’è dietro gli eventi.

E, come in Blake, l’innocenza di Valuska e l’esperienza del Maestro Eszter si leggono in coppia e si influenzano a vicenda in una discesa verso la vera chiarezza, la messa a fuoco definitiva del senso di ogni cosa: il nulla più puro.

È puro nigredo questo romanzo, è un distillato di terra e putrefazione e rifiuti accumulati nelle strade e gatti selvaggi e molto altro ancora.

Krasznahorkai ci prende per mano, anzi ci strattona per trascinarci in fretta in una città al collasso che ci ricorda tanto il Novecento dei totalitarismi quanto il Duemila con le sue illusioni comode e il suo placido culto per la distrazione continua.

Con una scrittura-fiume fatta di frasi interminabili e vertiginose citazioni cavate a forza dall’interno stesso del cervello di ogni personaggio, Krasznahorkai disegna una cartografia perfetta del decadimento e delle nostre reazioni di animali impotenti di fronte alla sua inesorabilità.

Ha tutto un culmine, un momento di rottura invincibile, anche il libro: nelle ultime pagine, mentre l’occhio dell’autore si addentra in un corpo umano in decomposizione, cominciamo a capire rivolte ed esplosioni come semplici sintomi di un’apocalisse ormai inevitabile.


Accoppiamenti giudiziosi

L’apocalisse imminente è un tema affascinate e totalizzante che trova sbocchi diversi in un bellissimo film abbastanza recente, “Il nastro bianco”.

È una pellicola in bianco e nero che racconta degli strani eventi verificatisi in un paesino del Nord della Germania. Sembrano poca cosa, casualità, sfortune: il medico disarcionato dal cavallo da un filo teso fra gli alberi, un bambino rischia il congelamento per una finestra lasciata aperta, un fienile viene dato alle fiamme.

È così che in un crescendo di atrocità il Maestro del villaggio intuisce che la stonatura possa derivare da qualcosa a lui molto vicino.

Araldi dell’armageddon o servitori del caos, forse sono proprio i più giovani a incarnare contemporaneamente il futuro e la negazione assoluta di esso.

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