“La costa di Chicago” di Stuart Dybek

Più che romanzo, raccolta di racconti. Più che raccolta di racconti, notebook o quaderno di schizzi.

È difficile classificare questo lavoro di Stuart Dybek, portato in Italia dalla Mattioli 1885, forse è possibile analizzarlo solo partendo dalle sue componenti basilari.

Si tratta di brevi storie o appunti di dimensione variabile, tutte accomunate dall’ambientazione – una Chicago onirica e impalpabile come una pioggia di cenere. I personaggi svaniscono, cambiano, si mescolano con l’ambiente che li circonda sino a formare una trama irregolare in grado di tratteggiare il vissuto collettivo di un’intera città a partire dalle vite minuscole dei suoi abitanti.

Non c’è precisione, non c’è nemmeno l’intento di fare un catalogo di esistenze più o meno reali: tutto avviene nella prospettiva sincronica di una luogo che esiste da sempre e macina storie come un lettore indisciplinato.

È questa la Chicago che ci viene restituita? È un mosaico confuso, una foto sfuocata, uno sguardo attraverso un vetro appannato?

Eppure Dybek riesce a creare un habitat perfetto e lo fa con descrizioni affilate, dolorose, liriche.

Amore, che notte, annodata con l’acqua che scorre, irreparabile, crivellata da un milione di falle. Una notte modellata sull’ombra gettata dalla tua assenza.

Stuart Dybek, I nottambuli – Sagome

Il vero protagonista della raccolta è forse proprio l’autore – un io narrante molteplice e polifonico, che rende universale il suo punto di vista obliquo e immaginifico.

Eppure ci sono personaggi a cui ci affezioniamo, anche solo per l’abbraccio di tre pagine: c’è il ragazzino che costruisce un cimitero coi tappi della birra, il flâneur che si perde nell’attesa vuota e dolcissima di un museo, i ragazzi che sotterrano sogni e leggende in un campo da baseball di periferia, i baci che navigano raminghi lungo i percorsi invisibili della città addormentata.

Con le sue storie in bilico fra paesaggio interiore e realismo alla Hopper, La costa di Chicago” è insomma una raccolta per veri intenditori e per persone che amano sovvertire le regole. Nessuna trappola narrativa, nessun meccanismo scontato. Solo anime buttate su carta.


Accoppiamenti giudiziosi

C’è molta musica nella prosa di Dybek e nell’intera raccolta. Una musica che spesso si ascolta dai palazzi, che esce dal quartiere che i ragazzini chiamano Degrado, che filtra dagli appartamenti di sopra e unisce vite diverse.

Ho trovato lo stesso impasto colto e disinvolto di Paolo Conte, la stessa tendenza a raccontarsi dell’omonimo album del 1975.

È il secondo album del cantautore astigiano, un lavoro raffinato e semplice che racconta come sempre piccole storie universali.

L’Italia è lontana da Chicago, certamente, ma non c’è forse un po’ d’America nel sogno naufragato del Mocambo tutto in fior?

E forse i fantasmi di Dybek parlano la stessa lingua, forse sono intrappolati nella stessa ultima trasgressione dei protagonisti di Luna di Marmellata.

Forse è solo ambiente, dolce abbandono, sottile malinconia, respiro fumoso, jazz.

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