“Il disagio della sera” di Marieke Lucas Rijneveld

La narrativa olandese si è risvegliata quest’anno con un nuovo eccezionale interprete, Marieke Lucas Rijneveld.

Classe 1991, poeta, romanziere esordiente premiato con il Man Booker International Prize 2020. In Italia lo conosciamo grazie al fiuto di Nutrimenti.

“Il disagio della sera” si presenta da subito come un’opera complessa, stratificata, che si sviluppa in un contesto – quello di una fattoria – ben noto all’autore nella vita di tutti i giorni.

Protagonista indiscussa è la desolazione feconda di una fattoria, che si trasforma ben presto in un incubo di pulsioni represse e mortificazione.

A stringere la gola del lettore sarà il disagio della sera che dà il titolo all’intero romanzo: una sottile sensazione di soffocamento che si abbatte su una famiglia di devoti contadini a partire dal giorno in cui il figlio maggiore muore per un incidente sul ghiaccio.

È quasi la storia di Isacco, sacrificato sull’altare del silenzio e della distanza – ma stavolta la spaventosa lontananza di Dio impedisce al disastro di interrompersi per tempo.

Dio diventa così un tema centrale proprio in ragione della sua assenza, è una figura invisibile che plasma i destini dell’intera famiglia e – nonostante le preghiere e l’adesione più letterale ai precetti cristiani – la lascia scivolare in un abisso da cui è impossibile vedere una luce.

In questa wasteland la giovane protagonista ci offre con il suo punto di vista uno squarcio prezioso di umanità e titanica ribellione. La osserviamo dal bordo di una ferita mentre si rivolta contro il suo Dio, rifiutando il proprio corpo, martoriandosi l’ombelico con una puntina da disegno, coprendosi costantemente con una giacca pesante.

Altro tema cardine che percorre ogni capitolo è quello della generazione, del sesso negato, della sterilizzazione delle emozioni e della stessa terra. Come durante una sequela di piaghe bibliche, la famiglia viene stretta fra la malattia del bestiame e gli atteggiamenti centrifughi dei suoi membri che reagiscono al dolore cercando rifugio proprio nella distruzione di ciò che Dio ha voluto per loro (una comunità, una famiglia, un ordine da rispettare).

A rendere veramente preziosa la voce di Rijneveld è poi la sua capacità di creare con un’attenzione da miniaturista un’atmosfera credibile eppure onirica. Nell’enumerazione di piccole cose, dettagli appena notati, fissazioni e pensieri sconvenienti, emerge infatti il ritratto di un’umanità abbandonata e assuefatta alla distruzione, vista come esatto opposto della creazione biblica e dei suoi miti.

La protagonista infatti vuole sapere, vuole mangiare ogni frutto proibito, per entrare consapevolmente sotto la schiavitù delle stagioni pur di uscire dall’immobilità che soffoca ogni sua volontà di vita.

Rijneveld dimostra in questo modo una notevole maturità come narratore e una perfetta padronanza dei tempi del dolore, e riesce con delicatezza a far risucchiare i lettori in un climax spietato, che deflagra in un finale perfetto e senza luce.


Accoppiamenti giudiziosi

Jean-François Millet, L’Angelus (1858-1859) – Musée d’Orsay

Nelle pagine di Rijneveld si respira la stessa aria pesante che permea “L’Angelus” di Millet, definito da Salvador Dalì “l’opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita”.

Dalì, in una sorta di delirio sviluppato attorno all’iconica opera del pittore francese, aveva ipotizzato tra le altre cose l’esistenza di una bara di neonato sotto la cesta al centro della scena, poi cancellata per un ripensamento dell’autore, ed aveva realizzato una propria versione surrealista del medesimo soggetto (Réminiscence archéologique de l’Angélus de Millet).

A prescindere dalla veridicità di questa suggestione, è impossibile non restare soggiogati dall’inquietudine che il calar del sole incute nei contadini stanchi e devoti, sembra quasi di sentire il rintocco delle campane nel vuoto terrificante della campagna.

Non è un caso che la campagna ispiri questi presagi di morte, forse perché è il luogo d’incontro del mondo civilizzato dall’uomo con l’anima più selvatica della natura, forse perché il ciclo di riproduzione di piante e animali ci ricorda quanto siamo fragili e provvisori.

Forse invece sono il vuoto, lo spazio libero, l’atemporalità di un luogo immutato da sempre a rendere evidente e insopportabile la lontananza di un dio che ci è indifferente.

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