“Morte improvvisa” di Álvaro Enrigue

Nella Storia, come nel tennis, ci sono sempre un vincitore e uno sconfitto, ma non è sempre facile distinguerli.

Gli aztechi, davanti a uno sconcertato Hernan Cortés, sacrificavano il vincitore. Com’è possibile ricostruire in uno scontro tennistico il clangore di due epoche che stridono, di due continenti che esplodono allontanandosi?

Che il tennis e alcuni scrittori abbiano un particolare legame non è un mistero. Già Foster Wallace aveva dedicato una buona porzione del suo capolavoro “Infinite Jest” a questo sport, di cui egli stesso era stato in gioventù accanito giocatore.

Álvaro Enrigue prosegue sulla scia del post-modernismo con “Morte improvvisa” (Feltrinelli), un’opera composita in grado di ibridare romanzo storico, saggio, memoir, trattato sul tennis e inventario di una wunderkammer.

Partiamo allora con la Storia, quel lembo sottile che divide il Rinascimento dalla Controriforma e come una riga nel mare scolpisce nuovi imperi in un continente americano ancora lontano da quello che conosciamo. Partiamo da una partita a tennis (o meglio, a un suo meno nobile antenato) fra un artista rissoso e un poeta spagnolo. Sono Caravaggio e Quevedo, immortalati in un incontro mai documentato ma plausibile nella Roma decadente e languida del XVI Secolo.

Con l’avanzare dei punti di entrambi gli sfidanti ci spostiamo in Inghilterra, sul patibolo di Anna Bolena, per seguire i suoi mirabili capelli destinati a diventare il ripieno di alcune palle da tennis per Francesco I di Francia.

Le palle all’epoca venivano infatti realizzate con peli di cane o capelli umani, talvolta appartenuti a condannati a morte, impastati di grasso e rivestiti di pelle: erano strumenti sghembi, con rimbalzi imprevedibili, proprio come l’intero romanzo di Enrigue.

È proprio questo il suo segreto: saper rimbalzare con leggerezza inaspettata fra la visita dell’autore a un museo e uno stralcio tratto dall’Utopia di Tommaso Moro, fra una cena di Pio IV con Carlo Borromeo e il sesso selvaggio di Hernan Cortés con la sua sposa-interprete, fra i sogni di un vescovo demiurgo che divinamente plasma l’America come argilla e alcune vecchie analisi del gioco della pallacorda.

È tutto un gioco da prendere terribilmente sul serio.

Enrigue riesce in questo modo a comporre un mosaico con frammenti preziosi, che nella loro incredibile diversità si riescono comunque a integrare in un disegno univoco. Non disturbano infatti le divagazioni , non spaventano i dettagli fuori fuoco, perché come flâneur temporali ci aggiriamo agilmente fra le rovine di una Roma onnipotente e terrena e il profilo selvatico di un’America neonata e furente.

Basta tenere a mente il filo conduttore che lega episodi e concetti fra loro come una rete: il tennis. Visto ora come duello, ora come rito, in ogni caso è un modo per affrontare la morte e cercare in essa uno strumento per avvicinarsi alla divinità, all’arte, alla perfezione.

Il maggior pregio dell’opera è forse quello di trattare la storia e la morte da un punto di vista tremendamente fisico, corporale, tangibile: Francesco I annusa le sue preziose palle da tennis per sentire il profumo della chioma di Anna Bolena, Cortés si fa realizzare uno scapolare con piume d’uccello e capelli dell’ultimo imperatore azteco, Quevedo beve e vomita sul Lungotevere con Caravaggio prima di baciarlo e sfidarlo a duello.

La storia diventa così carne e si fa masticare, puzza, ci sporca, ci avvolge e continua, come un cimelio, come una tara ereditaria, come una maledizione, a propagarsi di generazione in generazione verso un futuro malleabile e inconoscibile.


Accoppiamenti giudiziosi

Il tennis – è evidente – ha un’epica che trascende il mezzo del romanzo e riesce a rivendicare una drammatica fisicità anche attraverso strumenti di più difficile definizione.

In proposito guadagna una particolare tridimensionalità nella storia raccontata dal duo artistico Elmgreen & Dragset con la recente installazione “Short Story”, presentata alla König Galerie di Berlino nel 2020.

Gli artisti ci presentano solo un campo da tennis con tre figure in marmo bianco: un ragazzino stramazzato a terra, come precipitato dalla vetta del successo, un giovane triste con una coppa in mano e un vecchio in sedia a rotelle.

Il campo fra di loro diventa una distanza incolmabile, con la rete tesa fra le luci soffuse che rendono le loro tre storie labirinti solitari e difficili da definire.

Chi vince, chi perde? Chi verrà sacrificato agli Dei?

Per i curiosi che non se la sentono di rischiare, è disponibile anche un tour virtuale nell’opera.

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