Dell’inutilità della stroncatura: uno squarcio

“Tutti i libri brutti si somigliano; ogni buon libro è invece bello a modo suo” potremmo dire, parafrasando il buon Lev Tolstoj.

Ho riflettuto a lungo sull’opportunità di scrivere di un libro che non mi è piaciuto, che ho trovato sopravvalutato.

Le cose che rimprovero a questi libri sono sempre le stesse:

  • Essere troppo commerciali, troppo confezionati. Troppo belli. È il trionfo del Kitsch, “la negazione assoluta della merda”, come diceva Milan Kundera. Tutto dorato, infiocchettato, bello, fatto per piacere. Essere ruffiano, precisino, seguire le regole, perché le buone regole allungano la vita, si sa, ma uccidono la creatività.
  • Essere totalmente privi di idee: abbiamo introspezioni, resoconti, buone trame, assassini da smascherare. Tutto così uguale a se stesso, tutto così ripetuto, osannato, il solito meccanismo macilento. Abbiamo tutti cose più importanti da fare che scoprire chi è l’assassino.
  • Essere racconti allungati. Una buona idea c’è, alla base, ma è piccola e c’è troppo brodo intorno. La sensazione è di mangiare quelle brioche da pasticceria scadente con un solo gettone di crema o marmellata e un sacco di pasta. Un po’ li capisco, questi libri: i racconti non vendono, le dimensioni contano, allora perché fermarsi a dieci facciate? Tiriamolo in lungo. Descriviamo. Approfondiamo la psicologia del personaggio che appare in tre scene. Avanti, lungo, lunghissimo.

Ne ho appena letti due, uno dietro l’altro, di questi libri: opere di cui avrei molto da dire e di cui parlo molto, anche se non nel consueto tono elogiativo che riservo alle mie scoperte entusiasmanti (quelle per intenderci che in libreria finiscono sempre in fondo allo scaffale polveroso – ma come? un capolavoro del genere!).

Perché allora non scrivere una stroncatura, oggi?

Nell’immaginario comune c’è sempre una voce fuori dal coro, qualcuno che demolisce il libro generazionale, la Bibbia di turno che viene smontata e mostrata nella sua drammatica vuotezza.

La tentazione di vivisezionare un libro che non ci è piaciuto – ammettiamolo – è molto forte. Ci sono libri ben scritti, osannati da critica e pubblico, che semplicemente non riescono a parlarci come vorrebbero.

Allora perché non scriverne, perché non dire la nostra?

1. Immaturità

Se difficilmente rileggere un buon libro provoca cocenti delusioni, spesso la rilettura è un meccanismo che ci fa dubitare delle nostre stroncature di un tempo.

A tredici anni lessi La Strada” di Cormac McCarthy. Io, abituato a Camilleri, Mario Puzo e Wilbur Smith. Non lo capivo, non volevo capirlo.

Oggi me ne vergogno. Rileggendolo da adulto mi sono innamorato e ormai lo considero uno dei libri che mi hanno cambiato la vita, uno dei più belli in assoluto. Non ero abbastanza maturo, non era il momento giusto?

In ogni caso, se l’avessi “stroncato” all’epoca con la proverbiale protervia degli adolescenti, nella mia assoluta immaturità, non avrei oggi penitenze a sufficienza per mondarmi da questo peccato.

Com’è noto, infatti, scripta manent.

2. Purché se ne parli

Lo aveva profetizzato Andy Warhol: ognuno ha ormai il suo quarto d’ora di celebrità.

Purtroppo o per fortuna non ci troviamo più nel mondo della carta stampata in cui è la voce di pochi a contare. Le informazioni non sono più un bene raro, anzi ce n’è in abbondanza, sono persino troppe. È il tempo che manca, è la capacità di distinguere che rende difficile muoversi nel nostro tempo.

Temendo di finire nell’incubo di Orwell, siamo finiti in quello di Huxley.

Prendiamo i libri, prendiamo Google, la logica del social network, dell’hashtag, del “basta che se ne parli”.

Parlando di un’opera, fosse anche per stroncarla, le diamo immediatamente visibilità. La facciamo conoscere, la diffondiamo, anche nel maldestro tentativo di demolirla andiamo a mettere un altro mattone sull’alto castello di visualizzazioni, citazioni e “rumore” che essa provoca.

Ecco perché sono fermamente convinto dell’inutilità delle recensioni.

Mi ha sempre affascinato l’idea di scrivere di tutto quello che leggo, tenere una specie di diario, mettere in luce anche i difetti – ma perché, a quale scopo?

I libri oggi non mancano, basta entrare in libreria per rendersi conto della moltitudine di stili, scrittori, editori. Le informazioni abbondano e sono lì, tutte disponibili, tutte accessibili. La cosa più difficile è scegliere.

Meglio dare un buon consiglio, meglio ricordare un autore dimenticato o un editore che conta in totale quattro lettori piuttosto che stroncare un Premio Strega o il libro del momento, di cui tutti i giornali già parlano.

3. La sindrome di Davide

Abbiamo tutti voglia di abbattere un gigante. Invidia, Schadenfreude, revanchismo, chiamatela come preferite. Come lettore nessuno è sulla torre d’avorio che ha sempre sognato, si è tutti preda di simpatie e antipatie. Specie per alcune conoscenze fatte sui banchi di scuola – i rancori di una volta sono indelebili.

Abbiamo tutti in odio un grande autore, un classicone studiato con puntiglio. L’esegesi di un professore insopportabile ci turba ancora, a distanza di eoni. C’è sempre, insomma, qualche grande vecchio su cui riflettiamo un malumore che coviamo dalle scuole medie.

È normale in queste condizioni non essere lucidi. La stroncatura non è però una cosa da prendere alla leggera, si sta parlando comunque del lavoro di una persona, che ha impiegato mesi o anni per scrivere e rifinire e riscrivere e ripensare.

Per poter essere un buon Davide di fronte a un Golia come Manzoni, Stendhal o Verga bisogna sempre ricordare di essere un nano. Il resto va da sé.

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