“Zona” di Mathias Énard

Appena finito di leggere Énard bisogna riprendere fiato. Bisogna sedersi, respirare a fondo. I paragrafi senza punteggiatura richiedono impegno e costanza, il discorso è interminabile e faticoso, la prosa è un capolavoro. Quando si volta l’ultima pagina si è sfiniti, trionfanti, ammaccati, estasiati.

Di certo conoscerete la sensazione che si prova quando si sta per terminare un puzzle. Dopo giornate di noia, di ricerca, di tentativi, incastrando un pezzo all’altro con passione e frustrazione, arrivare a contare i tasselli che mancano.

Prima ancora di comprendere la vanità della vittoria e di poter immaginare il senso di vuoto che ci sarà dopo, ecco che manca un pezzo, immancabilmente. Manca sempre un pezzo. Allora si comincia a scuotere la scatola, a cercare per terra. A perdere fiducia negli altri (“Ci sei seduto sopra? Alzati!”).

Arriva sempre il momento in cui si cerca nei luoghi più impensabili, mentre intensamente si immagina il pezzo scomparso e si ipotizzano la sua forma, il suo colore.

Énard nel suo “Zona” fa proprio questo: cerca sotto il divano. Non troverà il pezzo che manca nel complesso puzzle della Grande Storia, lo capiamo già dall’inizio, però trova altro materiale che forse nemmeno sapeva di dover cercare.

Trova cadaveri, sotto il suo ipotetico divano. Principalmente trova violenza e guerre e vendetta, trova Harmen Gerbens il nazista batavo, trova la bella Stéphanie che vuole sapere cosa si prova ad uccidere un uomo, trova Leon Saltiel il comunista ebreo rimasto senza moglie fuori dalla storia, trova il proprio padre ingegnere ligio al dovere anche mentre tortura e violenta le prigioniere di guerra.

Condensata nelle pagine fitte del romanzo, la Storia del mondo ci travolge come un’onda dalle sponde frastagliate del Mediterraneo: non c’è scampo per chi si immerge nei pensieri palustri del protagonista, che in un mastodontico flusso di coscienza risale la corrente del tempo e le sue storture sino a una fonte irraggiungibile, in un discorso circolare e spietato fatto di divagazioni e fissazioni che si rincorrono.

Siamo con lui su un treno diretto a Roma, centro decadente di un potere difficile da comprendere. Lui è una spia, una voce narrante informata e ossessiva che ha collezionato per tutta la vita brandelli di storie e di dati. Nella parentesi di un viaggio legge un libro, pensa agli eventi che l’hanno portato su quel sedile, su quella ferrovia.

Ha una valigetta piena di dati riservati che ha collezionato per una vita e che ora è pronto a vendere a qualche alto funzionario della Città del Vaticano, per lasciarsi alle spalle il peso di un’esistenza raminga fra i propri segreti e quelli degli altri.

Lo vediamo perdersi fra personaggi realmente esistiti e fatti di cronaca e più su ancora, fra i grandi capitoli della storia del Novecento, dalla guerra in Libano a quella nell’ex-Jugoslavia e poi ancora più indietro, nel tempo, nei ricordi dei suoi familiari e colleghi, nelle testimonianze dei suoi contatti in Egitto o a Damasco sino al nazismo, ai campi di concentramento, alle radici dell’indipendentismo croato, alla Battaglia di Lepanto e ancora più in alto, sino al mito, coi suoi epiteti ripetitivi e la sua memoria animale che mischia realtà e immaginazione in un impasto pericoloso.

Zona non fa prigionieri: chiede odio o amore, non lascia alternative. È un romanzo complesso e ricco che pretende molto impegno e promette grandi ricompense a chi riesce a trovare pazienza e dedizione per affacciarsi a un collage di Storie grande come il Mediterraneo.

Come in una miniera, mano a mano che si scava si ha sempre l’impressione che ci sia qualcos’altro, qualcosa di valore nascosto ancora più in profondità. E si continua a scavare, a cercare, finché non resterà altro che un libro enorme e infinito: un lavoro minuzioso, poetico e crudele davanti a cui è impossibile restare indifferenti.


L’Edizione

La migliore edizione è naturalmente la prima, quella pubblicata per i tipi della Rizzoli nella collana “La Scala”. Per un certo periodo questa storica collana si è affidata a copertine rigide, senza sovracopertina, tenute assieme da una costa di tessuto nero. Tanto bella quanto delicata, è un’edizione da maneggiare con cura per evitare che la scritta bianca sul dorso sbiadisca.

Preziosa anche nelle sguardie, decorate col profilo muto di una cartina che ancora deve essere disegnata.


Accoppiamenti giudiziosi

Ogni lettura è personale. La mia è avvenuta mentre ascoltavo a più ripreseReal Gone” di Tom Waits.

È uno degli album più recenti e sperimentali del grande cantautore americano, che accetta di provocarci lontano dal suo amato e rassicurante pianoforte, affidandosi completamente al ritmo, al beatbox, alla chitarra, alle percussioni.

Tom Waits, Real Gone (2004)

Registrato in un territorio selvatico molto lontano dal Mediterraneo di Énard, questo album mi sembra comunque che dia origine a un matrimonio felice fra la voce sgangherata di Waits e lo stream of consciousness di Énard.

Entrambi hanno molte storie da raccontare, entrambi ci parlano di guerra – Waits ci regala con “Day After Tomorrow” anche una rara canzone politica, una protesta ellittica contro la guerra in Iraq – entrambi affidano la propria dirompente voglia di creare all’esplosione dei suoni e al loro modernissimo potere di reiterare incubi antichi in una riflessione che supera le barriere della singola storia per diventare universale.

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