“L’amore e altre forme d’odio” di Luca Ricci

Chi ama la crudele arte del racconto breve sa che le storie migliori sono quelle che l’autore costruisce insieme al suo lettore, giocando con il non-detto, con il silenzio, con la giusta messa a fuoco.

Luca Ricci lo sa bene e riesce a convincere i suoi lettori a lavorare con lui per realizzare un racconto ideale. Lo fa con la sua voce piana e profonda, con il suo modo obliquo di farci vedere le cose, come manovrandoci gli occhi su scene che in fondo appartengono a tutti.

Il gioco che crea a partire da un titolo volutamente ambiguo e straniante è un meccanismo delicato e perfetto. Leggendolo, si ha sempre l’impressione che basterebbe una parola fuori posto per inceppare l’ingranaggio, per rovinare la magia. Eppure non succede mai, nemmeno per un rigo, perché sono proprio le frasi brevi e le parole selezionate con la naturalezza dei grandi narratori, a creare atmosfere di umanità soffusa e di enorme ambiguità, che confondono e divorano e conquistano.

I racconti – tutti in prima persona – ci lasciano nuotare nei silenzi amniotici della vita di coppia, nelle luci sfumate degli interni spiati da una finestra dimenticata aperta.

Cosa c’è di più drammatico e spaventoso della quotidianità? La penna dell’autore in questo è un bisturi che scorre sulle nostre fragilità e incide a fondo, spietatamente, senza sprecare parole o pensieri che non siano assolutamente necessari a comporre un vero capolavoro.

Le vite raccontate sembrano in questo modo coesistere come universi paralleli, le coppie sono legate dalle stesse meccaniche silenti, tutte tremendamente vere e carnali nella loro quotidiana esibizione di affetto, di passione, più spesso di noia o di abbandono. Attorno a loro, ai loro corpi terribilmente terreni, turbina e vortica il resto di una galassia che è lontana e inconoscibile.

La raccolta si configura quindi come un incessante susseguirsi di inizi troncati, di finali intuìti, di mariti distanti, di vicine di casa che mettono in dubbio con una sigaretta un intero progetto di vita, di bambini che si forzano dentro le relazioni a due degli adulti che li circondano, di chiavi riposte come un segreto dentro un cassetto, di brandelli di relazioni giunte alla fine senza saperlo.

Le storie dànno assuefazione e fanno male, in un crescendo di orribile meraviglia ci aprono gli occhi verso la concretezza della realtà che ci circonda, regalandoci un punto di vista spietato e generoso, stranamente pieno di vita e di spunti da cui – certamente – potrebbero affacciarsi altre innumerevoli storie, altre vite.

Eppure è invincibile il suo sipario che cala all’improvviso, il suo insinuarsi in un esatto momento lasciando in ombra il resto delle esistenze in cui s’intromette. Vorremmo sapere di più, conoscere meglio, vorremmo poter seguire i protagonisti oltre l’ultima pagina. Ma forse è troppo, per i nostri occhi indiscreti, forse è giusto che finisca così, come il flash di una macchina fotografica su una scena ordinaria. La luce abbacinante svela quanto basta, quanto serve per creare il miracolo della narrazione.

Alla fine comunque capiamo, o crediamo di capire. Ci inventiamo una spiegazione che, come spesso accade nella vita reale, forse non esiste.

È proprio in questo che si trova la grandezza elegante e mai esibita dell’autore: nella sua capacità di costringere interi universi in due sole pagine. Tutto il resto – se veramente esiste qualcos’altro – sta negli occhi di chi legge.


L’Edizione

Impossibile non innamorarsi di questo piccolo capolavoro nella prima edizione Einaudi, per la sua collana “L’Arcipelago”.

Sulla copertina Cupido è stramazzato a terra con una freccia saldamente piantata nella schiena, fra le ali. Semplicemente perfetto.

È in questo formato che il libro ha meritatamente trionfato al Premio Chiara nel 2007 e in qualche modo è entrato a pieno titolo nel canone del racconto italiano.

Un applauso però non può che andare anche a La Nave di Teseo, che fieramente sfida il mercato editoriale (notoriamente e inspiegabilmente avverso ai racconti) riportando in libreria questa meravigliosa silloge nella sua collana “I Delfini”.

Per chi come me non vedesse l’ora di leggere anche i lavori più recenti di Luca Ricci, sempre La Nave di Teseo sta pubblicato anche la sua tetralogia stagionale cominciata con “Gli autunnali” e “Gli estivi”.


Accoppiamenti giudiziosi

Forse il caso ha voluto che terminassi il libro e iniziassi “Manchester by the Sea” di Kenneth Lonergan. o forse sono io che – nella limitatezza del lettore/spettatore – mi voglio sforzare a trovare analogie.

Eppure sembra che l’intero film sia in completa armonia con questa raccolta di racconti.

Non è tanto la storia a creare un legame, quanto il modo di presentare gli avvenimenti.

L’elemento che si nota maggiormente, in entrambe le opere, è la cura minuziosa per i dettagli più minuti. Come nella vita reale, la tragedia sta in una barella che non si chiude per entrare nell’ambulanza, in un cellulare che suona durante un funerale, nel perdere la strada mentre si guida, nel picchiare la testa contro il portello del freezer dimenticato aperto.

La vita e la morte si intravedono, attraverso la membrana sottile della quotidianità e delle sue piccole storture.

Sullo sfondo, enorme e suprema per chi la sa cogliere, c’è solo l’arte.

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