“L’uomo che si innamorò della luna” di Tom Spanbauer

Il genere western resiste, in continua ebollizione, ruminato e reinterpretato alla luce del tempo che incessante scorre sui suoi logori panni da cowboy, sulle sue ferrovie cigolanti, sui suoi teschi abbandonati nella sabbia.

Abbiamo incontrato nella letteratura contemporanea versioni dicotomiche del Vecchio West – da quelle oscure e purissime di Cormac McCarthy a quelle sgangherate e provocatorie di Joe Lansdale – ma nessuna è riuscita a creare un ecosistema così assurdo eppure credibile come quella uscita dalla penna di Tom Spanbauer.

Tom Spanbauer, classe 1946, nato a Pocatello, Idaho. A Portland ha tenuto il corso di scrittura “Dangerous Writing”, che ha dato fuoco alla miccia di Chuck Palahniuk.

In Italia purtroppo è arrivato solo grazie a questo libro – il genere di libro che si trova negli scatoloni dei Remainders o sullo scaffale delle occasioni – un libro prezioso e atipico che tiene alto l’orgoglio della magnifica collana delle “Strade Blu” della Mondadori.

Nelle sue 400 pagine ci parla di famiglia, di avventure leggendarie nella pianura rovente, di scalcagnati eroi dalla sessualità esuberante e di mormoni. Si parla, innanzi tutto, di storie.

Essere eroi non è solo raccontare la storia. L’eroe è colui o colei che, raccontando la storia, la perdona – perdona il diavolo, se stesso, se stessa – per il buio che c’è voluto per vedere la luce.

Tom Spanbauer, L’uomo che si innamorò della luna

Il nostro eroe non ha un’etnia, ne ha molte. È un indiano – forse, in parte – cresciuto nel bordello della smisurata Ida Richilieu a Excellent, Idaho, con la madre Princess e il turbinio di personaggi minori che gravitano attorno al “Posto di Ida”: il medico ubriacone Doc Hayburn, il dannato cane Damn Dog, il suo padrone Damn Dave, che non sa parlare ma disegna ogni cosa, le prostitute Gracie ed Ellen, lo sceriffo/vicesindaco Blumenfeld, il luciferino Billy Blizzard, incarnazione stessa del male e della violenza.

Il protagonista ha anche molti nomi, ma impareremo a conoscerlo come Shed, “baracca”, come il luogo in cui si prostituisce sin da quando è un ragazzino.

Come una cometa appare all’inizio del romanzo per sfumare in un epilogo soffuso, nel cielo notturno, accanto alla luna: nella sua parabola incontra Alma Hatch, ex venditrice di Bibbie scopertasi prostituta, e Dellwood Barker, cowboy innamorato della luna e imprigionato in una feroce concezione solipsistica della realtà.

La storia cresce attorno alla nuova famiglia che Shed riesce a costruirsi, con Ida e Alma e Dellwood. Una famiglia in cui il sesso unisce tutti e i piccoli conflitti si esauriscono in una grandiosa e grottesca epopea americana.

Come nei falò accesi sotto la luna piena del West, il mondo di Spanbauer vive di contrapposizioni, di rosso e di azzurro, di caldo asfissiante e di freddo gelido, di commedia amarognola e di divertente tragedia.

È questa ambivalenza di fondo a fare da motore alla storia: si riverbera infatti anche all’interno dello stesso Shed, cresciuto come berdache, dunque membro di un “terzo genere”, portatore di caratteristiche maschili e femminili, benedetto in qualche strano modo dagli dei.

Shed è diviso fra gli indiani e i tybo (ossia gli occidentali), fra la voglia di fuggire e quella di restare, fra l’amore per Ida – materna, avvolgente, bizzosa, una vera diva del West – e quello per Dellwood – paterno e mistico, depositario delle antiche tecniche erotiche e taumaturgiche tramandategli dallo sciamano indiano Donna Stupida.

Gli opposti però si colmano, nel selvaggio ovest, sino a creare un amalgama da cui è difficile disintossicarsi: la trama di un grande racconto che si alza in volo sulle leggende e sul mito del West sino ad averne, dalla luna, una visuale confusa e forse inesatta ma di sicuro indimenticabile.

Spanbauer impone così la propria versione del sogno americano, con una narrazione potente e disinibita che non ha paura di confrontarsi col sesso, con l’incesto e con la violenza: è la libertà di crearsi una famiglia e un’identità che non tengano conto del proprio punto di partenza.

Il berdache, figura realmente esistente presso diverse popolazioni di Nativi Americani, è il pretesto perfetto per parlare di ribellione nei confronti delle proprie origini e del proprio genere, vero inno alla libertà nella sua accezione più pura, protagonista indiscussa di questo pirotecnico romanzo di formazione spirituale e sessuale.

Non ci resta che montare a cavallo e partire per la luna, sulle orme del nostro eroe che ricerca disperatamente le proprie origini solo per capire di doverle rigettare.

È proprio la ricerca – questa volta della libertà stessa – il ritornello che ci accompagna, con lui, sino all’ultimo paragrafo: “Sing the jubilee; everybody free / Welcome, welcome, ‘mancipation”


Accoppiamenti giudiziosi

Come proseguire lungo le piste meno battute del West, se non a cavallo dell’immaginazione dei fratelli Coen?

Il duo di registi/sceneggiatori ci ha regalato grazie alla produzione Netflix un affresco imperdibile e personalissimo del genere western, “La ballata di Buster Scruggs”.

È un film a episodi che – come nelle migliori pagine di Spanbauer – ci trasporta in un posto lontano eppure stranamente familiare. Incontreremo cowboy canterini, vecchi prospettori, diligenze.

È un recupero di tutte le tematiche più care al genere con una fantadia traboccante. Come Spanbauer, siamo di fronte alla volontà di profanare un santuario del vecchio cinema americano per farne qualcosa di nuovo, strabiliante e perfettamente sgangherato.

Da gustare con questo libro, con la mente libera e tanta voglia di evadere, per arrivare in galoppo sulla luna senza perdere il cappello nel cielo.

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