“Quando un uomo cade dal cielo” di Lesley Nneka Arimah

La caduta come fine di una parabola ha conosciuto grandi riconoscimenti in letteratura. Tralasciando reminiscenze antiche, la cogliamo di sorpresa mentre s’intrufola nell’Arcobaleno della Gravità del camaleontico Pynchon, attraversando l’immaginario pop con le stelle cadenti (del cielo e del cinema, ça va sans dire), i denti cadenti dei nostri sogni peggiori, le statue dei dittatori tirate giù a forza dai loro piedistalli.

Cadere è insomma un’attività tutto sommato pregevole e lo è ancora di più nel racconto di Lesley Nneka Arimah che dà il titolo al suo fulgido debutto nel mondo della short story, importata per noi dalla Società Editrice Milanese (a.k.a. SEM Libri – rea di averci donato recentemente, fra le altre cose, anche il ritorno di un’altra grande signora del racconto, l’immortale Amy Hempel).

Nelle sue storie, l’autrice ci parla di Africa e di fantasia, senza avere paura di nessuna delle due cose. Le affronta anzi con un tono sicuro e pulito, da navigata narratrice, senza timore di sconfinare dai generi per abbandonarsi ora al realismo del memoir, ora alla poesia del mito, ora agli abissi celesti della fantascienza.

L’uomo che cade dal cielo è frutto di un errore di calcolo, o forse è il simbolo della fallibilità di una formula matematica ritenuta quanto di più vicino a Dio l’uomo sia mai riuscito a scovare.

Grazie ad essa, i Matematici – raffigurati quasi come un ordine di eletti – riescono a far proprio il dolore degli altri per rimuoverlo dalle coscienze dei loro clienti.

Seguendo la traiettoria dell’uomo che precipita usciamo dai confini di una singola storia e assistiamo a un’intera raccolta ben congegnata, che vola alto e parla di nascita e di rinascita, di vigore e creazione.

Se chiudiamo gli occhi e ci abbandoniamo al flusso degli eventi possiamo ricostruire qualcosa di molto durevole sotteso a tutte le storie: forse un tono, un metodo, uno stile.

Ci sono molte donne, in ogni racconto, molte madri: madri che ritornano dall’oltretomba, madri che si privano delle figlie pur di donar loro un futuro migliore, madri che si costruiscono figli come fantocci di capelli o di fango o di stoppa, madri che spediscono le figlie in Africa dalla zia e madri lontane che vedono le figlie solo in webcam.

Ci sono anche molte figlie.

Ritornano i miti, le miserie umane, la povertà, l’invenzione ai limiti del fantasy: l’attenzione dedicata ai personaggi femminili, tuttavia, non risparmia loro tormenti e metamorfosi, nello scorrere delle pagine e delle miserie che la Arimah ci fa attraversare in volo fra la sua Nigeria e la sua America.

La raccolta, variando d’ambiente e di contesto, fiorisce in molte storie valide e potenti, in grado di lasciare un segno anche molto dopo la loro fine: è la violenza sotterranea che scorre nelle pieghe delle trame, fra continenti diversi, fra abissi comunicanti.

Senza mai scendere nello splatter o nell’esagerato, l’autrice riesce in questo modo a restituire i suoi mondi – Africa, Europa, America – catturandone con immediatezza l’anima profonda e impregnando ogni vicenda della stessa salvifica e disperata comprensione della condizione umana.


Accoppiamenti Giudiziosi

La letteratura africana ha conosciuto negli ultimi anni una grande primavera grazie soprattutto alle sue potenti voci femminili, prima fra le quali Chimamanda Ngozi Adichie. Lesley Nneka Arimah naviga entro gli stessi confini e li esplora, con generosità e ironia, sino a trarne una visione del tutto originale.

Si tratta di un genere ben lontano dalla semplice rielaborazione delle tradizioni orali, degli influssi europei o della narrazione di un continente e della sua meraviglia umana: è infatti qualcosa di nuovo, aperto, già concepito come composito e cresciuto in un mondo senza confini, conscio della propria forza e delle proprie cicatrici.

Con la leggerezza di un seme, che già contiene al suo interno, in potenza, un albero millenario, questa raccolta riunisce in sé le inquietudini e le incongruenze interne di due mondi diversi eppure stranamente complementari e lo fa nel modo innocente e genuino delle opere di Christopher Wood (1901 – 1930),

L’unione di elementi così diversi non può che generare un’atmosfera unica. È un sonno della ragione che non genera mostri ma figure complesse, per cui è difficile poter esprimere un giudizio morale e in cui, in fondo, è impossibile non riconoscere una parte di sé.

L’illustrazione perfetta per questo libro è proprio “Zebra and Parachute“, dipinta da Wood nel suo ultimo periodo di attività e intessuta della medesima materia inconsistente eppure fertilissima.

Come non perdersi nelle strisce enigmatiche dell’animale al centro della tela, finito quasi per caso in un paesaggio che non gli è affine ma che in qualche modo, con le sue forme squadrate e le sue ombre nette lo completa in una bizzarra armonia di differenze?

Forse è qui, l’uomo che cade, il simbolo del fallimento di tutti i personaggi e della loro spettacolare caduta. In fondo, sospeso come tutti in una lunghissima vita prima dell’impatto finale, stagliarsi contro un cielo stolido e uniforme: eccolo che precipita col suo paracadute.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...