“Kentuki” di Samanta Schweblin

Il mondo si divide in due categorie ben distinte: chi vive e chi guarda.

Chi vive lo fa normalmente, conscio di essere spiato, forse felice di essere osservato. Chi guarda prende il controllo di un kentuki, una specie di pupazzo high-tech (un po’ Furby, un po’ peluche, un po’ robottino radiocomandato) e lo manovra per vedere il mondo attraverso i suoi occhi sintetici.

È questa la premessa da cui si muove Samanta Schweblin, fra le narratrici più dotate della sua generazione, per trasportarci in un mondo composito e terribilmente simile al nostro.

I riferimenti all’universo dei social non sembrano forzati, anzi l’autrice fa delle sue storie una lente deformante in grado di ingrandire e portare alle estreme conseguenze gli stessi sentimenti inconfessabili e le stesse pulsioni primitive che ci muovo come burattinai nel mondo virtuale di Facebook o Instagram.

Perché fondamentalmente si è soli, di fronte al simulacro muto che è ogni kentuki. La comunicazione è monodirezionale, serve solo a consolidare l’ego di chi si lascia guardare e a saziare la fame di chi guarda e – non potendo vivere una vita come quelle che insegue – si accontenta di spiare gli altri, le loro debolezze, la loro quotidianità.

Indubbiamente questo è pornografia, almeno quanto lo può essere la visione ravvicinata dell’interno di un corpo umano.

Il romanzo procede in parallelo su vicende differenti, ambientate in scenari tanto diversi quanto complementari: unico trait d’union sono i kentuki, manovrati ora da un ragazzino curioso, ora da un’anziana solitaria, ora da un uomo inquietante e inconoscibile.

Dall’altro lato, i “padroni” dei kentuki sembrano lentamente perdere ogni inibizione di fronte ai loro pupazzi, confondendo il loro umanissimo punto di vista per quello placido degli animali domestici, oppure esaltandosi della loro condizione subalterna e soggiogata che è al contempo alienante e inebriante.

Li osserviamo – anche noi, lettori invadenti, invasori nelle loro intimità pubbliche – perdersi nel degenerare dei rapporti di forza che li legano ai kentuki e alle persone che si celano dietro il loro aspetto innocuo e giocoso da topo o drago di pezza.

Eppure i kentuki sono persone, difficile crederlo, sono follower imprigionati nella vita degli eletti che involontariamente seguono.

La principale differenza col mondo “reale” dei social network sta proprio nell’incapacità di scegliere in quale kentuki incarnarsi. Una volta attivata la procedura, infatti, il sistema decide in modo casuale (o comunque in un modo incomprensibile) se calare gli utenti in un fortunato appartamento degli Emirati Arabi o nello scenario squallido di un rapimento in Sudamerica. Certo il kentuki ha un costo, e questo contribuisce a selezionare almeno fino a un certo punto i futuri “padroni”, ma questo non è sufficiente per evitare agli utenti di finire dentro situazioni orrende o vite che nessuno sceglierebbe di interpretare.

Ciò rivendica un’autonomia e pone forse le basi per una riflessione su quanto volontaria sia la scelta delle persone comuni di ammirare i personaggi popolari, famosi per essere famosi, che vengono imposti come modelli o come oggetti viventi da desiderare a ogni costo.

In questo libro le suggestioni e gli interrogativi sono molto più importanti delle risposte e la ricostruzione magistrale di Schweblin – narratrice talentosa e immaginifica – riesce a dare voce a un sistema coerente, che come un orologio si dirige inevitabilmente verso l’orrore.

Unendo spezzoni di storie e luoghi diversi, infatti, l’autrice canta la caduta, il declino, l’orrore che si fa enorme e vicinissimo, come il suolo negli occhi di un paracadutista sfortunato, un istante prima dell’impatto.


L’Edizione

Le Edizioni SUR, garanti di qualità quando si parla di Sud America, importano quest’eccellenza argentina con una copertina inquietante e ambigua, che raffigura una donna intenta a levarsi una maschera da coniglio.

I più fortunati saranno riusciti ad accaparrarsi una copia con dedica dell’autrice nell’incontro di presentazione organizzato all’ottima Libreria del Convegno lo scorso ottobre.


Accoppiamenti giudiziosi

Oltre gli ovvi paragoni con “Black Mirror” – così evidenti da essere invisi alla stessa Schweblin – proponiamo per “Kentuki” un abbinamento videoludico.

Per un ritorno alle atmosfere del romanzo, suggeriamo infatti una breve visita allo stato totalitario in cui è ambientato Beholder, piccolo gioiello tanto indipendente quanto inquietante della Warm Lamp Games, per Alawar Premium.

In questo gioco, calàti nei panni di un amministratore di condominio divenuto suo malgrado delatore per il Regime, sarete costretti a violare le vite degli altri, a ricostruirne abitudini e peccati sino a vivere solo esclusivamente attraverso le loro storie, in una progressiva perdita di contatto con la propria famiglia e con il mondo reale.

Disturbante e inevitabile la tentazione di infiltrarsi nelle esistenze altrui per cambiarne il corso…

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