“Vite immaginarie” di Marcel Schwob

Quante vite può contenere un libro di storia?

Migliaia, o forse nessuna. Forse contiene solo i grandi eventi e resta incapace di toccare realmente gli individui che li hanno vissuti in prima persona.

La tradizione riferisce soltanto che il suo avo si chiamava Empedocle: nessuno lo conobbe. Senza dubbio ciò significa che egli era figlio di se stesso, come si conviene a un Dio.

Marcel Schwob, Empedocle – Dio supposto

Il grande Marcel Schwob, dai fasti di una lingua ricca e lirica nella sua assoluta infedeltà alla realtà dei fatti, ci regala una passeggiata in una galleria di ritratti che si fingono storia ma che in realtà sono semplicemente arte.

Il meccanismo bugiardo alla base del libro è proprio questo: l’invenzione delle narrazioni attraverso la vita dei grandi personaggi rimasti intrappolati nella rete meschina dei manuali di storia. Quanto rimane della natura di Empedocle o di Petronio nella storiografia ufficiale e blasonata che li cristallizza in figure asettiche, fatte di soli eventi salienti?

Secondo Schwob ben poco. Non si tratta di vita, si tratta di una scienza muta e per questo i suoi protagonisti hanno bisogno della sua paziente opera liberatrice per poter tornare in vita. Forse non sono loro, forse sono solo ricostruzioni, fantasmi, però sono vivi.

Eccoli che escono dalle pagine, si fanno strada in un mondo realizzato apposta per loro, pur navigando fra ricostruzioni ipotetiche, talvolta solo probabili, talvolta dichiaratamente artefatte.

Ma a chi interessa la verità quando si può accedere a qualcosa di più alto, a un significato più profondo celato dietro l’elaborazione del passato e delle molte storie di cui è composto?

Le vite immaginarie sono appunto fasulle – già dal titolo appare evidente che siano plasmate solo dall’immaginazione del loro autore – eppure sono vite, sono esistenze che prendono fuoco sulla pagina e possono divampare liberamente solo nel momento in cui vengono lette.

Per restituire alla storia vissuta le trame minute e la vibrante irrazionalità che vengono puntualmente espunte dalla storiografia tradizionale, Schwob recupera infatti i dettagli più insignificanti, le leggende, il fascino oscuro delle storie pensate e tramandate oralmente ma mai scritte e fa proprie – come un dio capriccioso – le esistenze dei suoi personaggi.

Ogni vita immaginaria comincia con un nome, seguito da un epiteto. Questo è il perimetro entro cui l’invenzione possiede la storia e la trasfigura: Empedocle – Dio supposto, Sufrah – Geomante, Cecco Angiolieri – Poeta pieno d’odio.

È un gioco che delizia e avvince, quello di Schwob coi suoi lettori: un gioco di sortilegi e finzioni, un gioco di specchi deformanti e figure eterne catturate nella loro effimera parentesi mortale.

L’universo che si schiude fra le pagine del libro è infatti un luogo remoto e fantastico, intriso di misticismo, in cui nulla è definitivo, nemmeno la morte, da cui l’autore risolleva le sue figure per farle muovere come burattini o come teatranti, una volta finito lo spettacolo.

La fine della sua vita si perde in uno splendore oscuro.

Marcel Schwob, Cyril Tourneur – Poeta tragico

Ma allora cos’è storia e cos’è finzione, cosa vale la pena di essere tramandato ai posteri? I deliri, le minuscole ossessioni, le passioni carnali, i vezzi, le debolezze, le morti patetiche, le resurrezioni tardive?

A questo purtroppo non c’è risposta. All’ultima pagina però vi chiederete se non ci sia anche la vostra biografia, infedele e magnifica, ad aspettarvi in fondo al volume.


L’Edizione

Adelphi generosamente racchiude questo capolavoro della narrativa breve in un superbo esemplare della sua collana “Biblioteca Adelphi”, seguita nel fuggire del tempo da una immancabile versione tascabile.

Oltre all’introduzione dell’autore, ironicamente Fleur Jaeggy chiude la raccolta con la vita dello stesso Schwob.

Elegante e ricercata, l’Adelphi, come sempre.


Accoppiamenti giudiziosi

La medesima erudizione disinibita di Schwob anima e attraversa anche le opere di Sir Lawrence Alma-Tadema.

Perdendosi nelle sue elaborazioni personalissime dell’Antico Egitto o della Pompei pre-eruzione, infatti, possiamo scrivere lo stesso desiderio bruciante di penetrare la storia e le vite che la compongono, anche a costo di staccarsi dall’oggettività dei fatti.

L’Antica Roma di Alma-Tadema, non a caso, supera la semplice idealizzazione per approdare a un processo creativo diverso: le figure si staccano dal fondale e diventano protagoniste, tutte insieme, delle scene che l’immaginazione del pittore rende al contempo carnali e universali.

La fin-de-siècle ha pur sempre i suoi echi, anche negli allestimenti più inclini a riconoscere l’indiscussa importanza della storiografia: ecco che nei quadri appaiono figure antieroiche, decadenti, lussuriose, ambigue.

Alma-Tadema – che ottenne fra le altre cose la profonda ammirazione di Gabriele D’Annunzio – non teme la Storia, anzi ci gioca, perché come Schwob l’ha conosciuta e interiorizzata a tal punto da averla resa un’emanazione della sua stessa rigogliosa ricerca artistica.


In ordine, nel testo: Lawrence Alma-Tadema, Una lettura da Omero (1885) e Il ritrovamento di Mosè (1904)

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