“Sculacciando la cameriera” di Robert Coover

È possibile condensare in un libro un sogno erotico? Le atmosfere sfumate, le sensazioni che non sono ricordi e non hanno una trama, l’eccitazione colpevole.

Non so se sia possibile riprodurre sulla carta stampata un’esperienza del genere, ma Robert Coover indubbiamente ci riesce.

Coover – per chi non lo conoscesse – è forse il più grande degli sperimentatori dimenticati della grande follia che è stato il Novecento Letterario negli Stati Uniti.

A lungo ha cercato di eseguire i suoi compiti in modo tale da evitare le frustate. Ma ora, col tempo, è riuscita a capire che i compiti, davvero banali, sono soltanto dettagli periferici in un più vasto ordine delle cose che include le punizioni

Robert Coover, Sculacciando la cameriera

Lontano dal massimalismo di Pynchon o Barth, lontano pure dalla corrente carveriana e minimalista che ha caratterizzato buona parte delle short stories degli ultimi decenni, Coover conduce da solo la propria ricerca, secondo i percorsi che più gli sono congegnali: quelli del sogno.

In “Sculacciando la cameriera” si celebra l’erotismo della sopraffazione e della sottomissione volontaria di un padrone intrappolato nel rituale quotidiano del risveglio.

Un padrone che è un po’ maestro di cerimonie, un po’ studente inesperto di fronte alle perfette natiche cremisi della sua cameriera.

È in questo territorio soffuso fra sonno e veglia che compare la cameriera, oggetto del desiderio proibito, desiderata proprio perché vicina, accessibile, sottomessa.

La voce dell’autore è quella del sognatore, volutamente lacunosa e ripetitiva, talvolta quasi incomprensibile: senza scendere nei dettagli o nella pornografia, pericolo che si corre sempre parlando d’erotismo, ci racconta di sensazioni universali e personalissime, parte di ognuno di noi nei nostri momenti più onesti e liberi dalle inibizioni della società, della convenienza, del rispetto.

Il rapporto fra i due non è chiaro, talvolta sembra un gioco, una concessione, talvolta un’inversione di ruoli. Allora cosa resta, al risveglio, della ripetizione spasmodica degli stessi gesti e delle stesse trasgressioni che finiscono per innalzarsi a rituali?

Resta un ricordo, forse confuso, un’impressione. Resta la sensazione di aver raggiunto qualcosa di talmente perfetto, delicato e peccaminoso da meritarsi l’esclusione dal reale.


L’Edizione

Si tratta di un agile libretto in cartoncino rosso, nella “Prosa Contemporanea” della Guanda.

È un libro vecchio, facile da trovare anche in successive ristampe, ma il fascino del rosso (infiammato per le continue scudisciate? arrossito di vergogna?) in contrasto con l’illustrazione nera della cameriera che spia dal buco della serratura contribuisce a creare una piccola leggenda.

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