“Verderame” di Michele Mari

Nella funesta immobilità degli anni Sessanta, fra sceneggiati interminabili e umidi paesaggi lacustri, Michele Mari sfonda la barriera dei generi per regalarci un affresco vivido, una storia à la Poe che parla dialetto varesotto e dialoga con la storia recente e con le sue ferite.

La storia – a buon titolo gotica, com’è gotica la struttura proto-giallistica dei “Delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe – ci fa seguire le avventure di un giovane omonimo dell’autore nell’ardua impresa di far ritrovare la memoria al giardiniere Felice, l’uomo del verderame nemico di lumache e francesi, sfigurato da una bruttezza mitologica e abbagliante.

Alla semplicità e allo sbilenco metodo di ragionamento del selvatico custode vengono contrapposte l’erudizione adolescenziale e il metodo analitico del protagonista, che come in un mito antico naviga nel mare dell’oblio per recuperare una storia sepolta e annacquata fra falsi ricordi e rimembranze impallidite.

Cosa cercano, Felice e Michelino, mentre provano a risalire la corrente dei ricordi?

Nel libro si susseguono parentesi più o meno iconiche della storia moderna (la guerra, la resistenza, ma anche i vecchi film trasmessi in televisione e gli attori protagonisti degli sceneggiati TV), frammiste a lampi di puro orrore che spostano lentamente il romanzo in un terreno ibrido fra storia e mito, fra horror e vita vissuta.

Come in tutti i migliori gialli, che riescono a superare i confini del caso concreto per approdare a qualcosa di assoluto ed eterno, “Verderame” lascia passare presto in secondo piano l’obiettivo della ricerca – il padre dimenticato del Felice – per privilegiare una ricerca interiore che conduca Michelino in un viaggio di formazione umana e letteraria.

Michele Mari riesce a donarci ancora una storia in cui i “suoi” mostri emergono come protagonisti, rivendicando il loro primo piano dalla cantina buia e dalle piccole ossessioni quotidiane in cui albergano.


L’Edizione

È un elegantissimo Supercoralli con un’illustrazione vintage del grande Karel Thole. Sullo sfondo di una villa magnifica e inquietante, tre sudari coprono tre misteriosi corpi (o fantocci? o cumuli di stracci?) su tre lettini metallici. Da brividi.

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