“Tredici storie per tredici epitaffi” di William T. Vollmann

Vollmann è uno scrittore difficile da classificare. Postmoderno? Certo. Prolifico? Decisamente. Eppure c’è qualcosa che sfugge, qualcosa che lo rende meno iconico di altri colleghi ugualmente bravi ma forse più fotogenici e più affini a un certo archetipo di scrittore.

Vollmann nella sua produzione letteraria ha seguito principalmente tre filoni:

  • Quello autobiografico, ad esempio con il reportage “Afghanistan Picture Show”
  • Quello storico, con il mastodontico monolite de “I sette sogni”, tuttora inconcluso, oppure con “Europe Central”,
  • quello più letterario, vicino a un certo realismo sporco molto americano, con le sue storie di prostituzione, guerra, miseria, crimine, violenza.

“Tredici storie per tredici epitaffi” appartiene a quest’ultima tendenza, ma incarna bene il carattere estremo dello scrittore che si riverbera anche nei suoi lavori d’altro genere.

Capirlo non è sempre agevole, così come non è facile seguirlo sul crinale della sua lingua irrequieta eppure poetica, fertile come il terreno di un campo di battaglia dopo una strage. Vollmann semina e raccoglie con la disinvolta bravura del grande narratore, senza soffermarsi su spiegazioni e trame cesellate, ma buttando sulla carta con un getto perfetto qualcosa di complesso e in sé coerente.

Certo si parla di follia, si parla dei fondali dell’umanità, delle loro miserie e della loro luce terribile e pura. Le storie e gli epitaffi non forniscono giudizi, ma raccontano semmai storie, solo storie, intrecciate fra loro soltanto quanto basta per creare un mondo storto, bizzarro eppure vivo.

Tornano i personaggi, a volte si perdono. Come nella vita, come nella morte, il lettore arriva a dimenticarsene e poi li ritrova in una nuova veste. Li considera sotto una nuova luce. E qui nasce l’arte, qui emerge il colosso che si cela dentro Vollmann, dietro le sue ossessioni mai smentite: si parla di prostitute e di depressione, di dipendenza affettiva, di rinuncia alla dignità. Lo si fa con il tono del cronista e con quello del poeta maledetto.

È impossibile non riconoscere nella carica esplosiva dei personaggi un brandello del loro autore, così come è impossibile non riconoscere, in fondo, ciascuno di noi stessi.

Il mosaico che questo libro costruisce non è bello, non è chiaro, non è piacevole, eppure è talmente grande da riempirci gli occhi, da farci intuire che c’è qualcosa di enorme in ogni vita, in ogni storia raccontata e lasciata morire sulla pagina.

Dopo un inizio arduo si entra nel ritmo cui l’autore vuole obbligarci col suo vorticare di personaggi e di manie. L’apice viene raggiunto con “Manette: istruzioni per l’uso”, senz’altro il miglior racconto dell’intera raccolta, pubblicato anche come opera autonoma dalla Fanucci nell’iconica collana Avantpop.

Attorno ad esso, gli altri racconti ora fungono da valide ancelle, ora si impennano ad agguerriti concorrenti, con una scrittura delirante, cesellata e perfetta nella sua bizzarria.


L’Edizione

Il libro, ormai quasi introvabile, ci arriva nella bella collana Immaginario” della Fanucci, forse ben più familiare a chi pratica le strade blu della fantascienza.

La copertina flessibile con alette, d’un viola avvolgente, lascia emergere il volto di un vecchio che in effetti poco c’entra con il contenuto del libro, ma contribuisce comunque a creare un’atmosfera plumbea, di grande gravità.

Nel complesso è un libro che si fa notare per i contenuti, più che per l’originalità della stampa.


Accoppiamenti giudiziosi

Fra le pagine di Vollmann i nostri sommelier acustici suggeriscono qualche goccia di Tom Waits (non troppe, però, non vogliamo mica ubriacarci).

Mule Variations” o gli altri lavori più recenti del grande cantautore americano faranno il loro dovere, alternati a qualche perla vintage come “Downtown Train” oppure “Ol’ 55”.

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