“Culti Svedesi” di Anders Fager

Ci sono due regole, universalmente valide, nel mondo delle recensioni:

1. Diffidate sempre dagli slogan che contengono paragoni. Dire che X è come Y implica di per sé che X e Y siano diversi. Andando più in profondità, significa che Y non è qualcosa di originale, che Y è semmai un replicante malriuscito;

2. Diffidate sempre dalle liste di regole universalmente valide.

È questo il caso dei “Culti Svedesi” di Anders Fager, portati in Italia dalla tenace e coraggiosissima Hypnos Edizioni. Si tratta di racconti, più o meno intersecati fra di loro a formare un universo coerente nel suo impianto delirante.

La fascetta rossa che avvolge la copertina chiarisce subito che lo stile e le tematiche del libro si collocano “tra H.P. Lovecraft e James Ellroy”. Per fortuna le fascette spesso si sbagliano.

Il rapporto che c’è fra Fager e Lovecraft è affine a quello fra Artemisia Gentileschi e Caravaggio. In “Culti Svedesi” vengono infatti ripresi mitologie, atmosfere e talvolta personaggi usciti dalla penna dell’oscuro Genio di Providence, ma con un’energia del tutto nuova e con tinte ora più erotiche, ora più cinematograficamente horror.

In questo la raccolta si distanzia nettamente dalla semplice fan fiction, rivendicando efficacemente una sua dignità soprattutto nei racconti in cui si allontana maggiormente dal panorama lovecraftiano che dimostra di padroneggiare con elegante sicurezza.

I racconti anzi si fanno più convincenti mano a mano che si allontanano dal canone di Lovecraft: da un inizio dirompente, tra antichi rituali e ragazzine perverse, a una conclusione che sfiora la riflessione sull’arte e corteggia la pornografia in un’atmosfera di attesa, di disastro imminente.

La bravura dell’autore sta anche nel riuscire efficacemente a gettare i Grandi Antichi di Lovecraft in un modo assolutamente anti-mistico come il nostro, senza indugiare nell’elaborazione di complesse architetture mitologiche, ma semplicemente lasciando detonare l’assurdo sulla pagina in tutta la sua potenza.

In questo modo, assieme a critiche caustiche al modello di vita occidentale e persino al concetto di arte in sé, Fager riesce a resuscitare e attualizzare una paura antichissima ma mai del tutto superata – quella dei Grandi Malvagi, quella del buio, quella della tremenda finitezza dell’essere umano – andando oltre ai suoi modelli classici (come Lovecraft e Chambers) senza snaturarli o prolungarli oltre la loro effettiva collocazione temporale.


L’Edizione

Hypnos non delude con una copertina macabra e monocroma, in un’onesta rilegatura flessibile con alette.

La mostruosità che spande le sue radici dal libro sino alle mani del lettore è in realtà una scultura fotografata e non una semplice illustrazione – a riprova del grande lavoro artigianale che ancora si cela sotto la realizzazione e la stampa di un libro.

Sul retro, enorme e minaccioso, il codice ISBN a barre percorre per la lunghezza tutta la quarta di copertina, come una colonna, come un’ombra vagamente in rilievo.


Accoppiamenti giudiziosi

Per godere appieno l’atmosfera di questo libro e immergersi completamente in un delirio lovecraftiano basta sedersi al computer e giocare a Cultist Simulator.

Il gioco – un sistema a carte abbastanza complesso da padroneggiare – ci farà vestire i panni dell’iniziatore di una specie di setta che cospirerà in segreto per risvegliare antiche divinità malevole tra strani rituali, libri in latino e vecchi ospedali.

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