“Lonesome Dove” di Larry McMurtry

Il West è un luogo dell’anima, un posto ideale in cui la libertà diventa così assoluta da abbagliare. È un habitat inadatto all’uomo, uno scenario di carta e pellicola infiammabile in cui possono sopravvivere solo le leggende.

Il West è questo, in fondo, un concetto così radicato nell’immaginario di ciascuno da perdere progressivamente le connotazioni temporali e spaziali che ne hanno costituito l’origine storica per elevarsi a fondale mitico adatto per ogni spettacolo: l’ovest americano si estende così come una pista battuta dai conestoga o una prateria punteggiata di bisonti in fuga fin dentro la fantasia dei bambini che giocano ai cowboy, innervando le mani di chi scrive ancora oggi di rapine e assalti alle diligenze, dopo più di un secolo, raccogliendosi come lacrime liberatorie negli occhi di chi immagina altre storie da mettere in scena in quel pezzo di terra sbagliato e indomito, immortale.

Larry McMurtry era senz’altro illuminato da questa mitologia stratificata quando riuscì a conquistare il Premio Pulitzer, nel 1985, grazie a un’opera decisamente anomala per gli standard del premio: Lonesome Dove, un western mastodontico, fieramente antimoderno, destinato a diventare parte del canone di quelle storie – postume o reali, poco importa – a cui oggi dobbiamo la nostra idea di Far West.

Nato originariamente come sceneggiatura per un film con John Wayne, questo romanzo è stato benedetto da un durevole successo di critica e di pubblico ed è ancora oggi un tassello fondamentale per capire non tanto il West storico, quello esistito in America nella parentesi di tempo compresa fra la Guerra di Secessione e il Novecento, quanto piuttosto il suo mito, il pensiero puro dell’Occidente selvatico che è diventato parte dell’identità americana contemporanea, mito fondativo e maledizione di una cultura che di fatto è tracimata in tutto il mondo.

Ora chiudiamo gli occhi, però, torniamo indietro.

Siamo a Lonesome Dove, Texas, negli Anni 70 dell’Ottocento. Due Texas Ranger in congedo, i capitani Woodrow F. Call e Augustus “Gus” McCrae, si sono reinventati mandriani e gestiscono l’Hat Creek Cattle Company and Livery Emporium con alcuni commilitoni.

L’avventura arriva – anzi ritorna – a bussare alla loro porta sotto la forma seducente di un vecchio amico, Jake Spoon, un giocatore d’azzardo randagio e affascinante che involontariamente ispira un progetto tanto folle quanto elettrizzante: trasferirsi nel Montana e aprire il primo ranch dopo il fiume Yellowstone.

È questo l’avvio dell’epopea, una traversata interminabile dal profondo sud al limitare del Canada, che coinvolge un pugno di personaggi indimenticabili: l’acuto esploratore Deets e il giovane cowboy Newt, l’inesperto sceriffo July Johnson e il suo vice squinternato, la più bella prostituta del Texas, Lorena, e l’amore perduto di Gus, Clara.

McMurtry allestisce così una storia monumentale e struggente su un’impresa impossibile, un sogno romantico destinato al fallimento eppure così necessario e desiderato da diventare quasi vero: è un racconto di speranza e malinconia, un canto d’amore per la fine del West e delle sue favole già pronte a tramontare, all’orizzonte, dietro un secolo che non ha più spazio per le illusioni.

Lonesome Dove mantiene sempre uno sguardo terso sulla sua America, che attraversa come una pugnalata mentre ci parla della fine di un’epoca e dei suoi ultimi titani: non i cowboy immacolati del cinema, ma due vecchi eroi malconci, provati dalla morte di tutti i loro nemici e da ciò che viene dopo la conquista – la noia, la mancanza di senso, un dolore così attuale da contagiare anche il lettore del XXI Secolo.

Come nella vita, le storie dei personaggi che McMurtry lascia intravedere ci fanno innamorare e ci strappano il cuore quando vengono tagliate bruscamente: non vi sono avvisaglie per la morte, la tragedia è in agguato dietro ogni pagina e fin dall’inizio diventa chiaro che l’ultima avventura dei vecchi ranger è qualcosa che supera le vite dei suoi partecipanti: è una leggenda e come tale è immortale, destinata a ingoiare e stravolgere per sempre le vite di chi sceglie di entrare a farvi parte.


Accoppiamenti giudiziosi

Quella di Lonesome Dove è l’epica di un tempo immaginato e masticato fino a farne mito, e forse proprio per questo il tono che McMurtry sceglie per narrare le vicende che s’intrecciano alla sua traversata è profondamente umano, semplice eppure ricco, lontano sia dagli stereotipi del western “pulp” da edicola sia dall’asciuttezza maestosa di Cormac McCarthy, autore nello stesso 1985 di un’altra enorme reinvenzione western, Meridiano di Sangue.

È la voce di chi ha un compito immane: portare il racconto popolare a sbocciare in una vera leggenda, nobilitando l’avventura western attraverso una consapevolezza e una sensibilità assolutamente moderne.

Per farlo è necessario spostare il focus della narrazione dalle dinamiche più inflazionate a un piano diverso, necessariamente più profondo: una riflessione sull’amicizia che lega i protagonisti, sulla giustizia e sul modo di amministrarla, sul fallimento, sulla libertà.

Ciò avviene in un tempo più quieto, quello che segue la giovinezza e i suoi eccessi, il momento del rimorso, della nostalgia, della reinvenzione attraverso la memoria.

E di memoria è ricco un degno erede di questo libro, l’indimenticabile Red Dead Redemption 2: la storia di Arthur Morgan e della banda di Dutch, il più grande gioco western mai creato.

Anche qui, infatti, accanto alla storia principale si dipanano digressioni e lunghe cavalcate libere che permettono di apprezzare – al pari della lunghezza record del lavoro di McMurtry – la costruzione perfetta dell’ambiente, un panorama morale e fisico in grado di incarnare alla perfezione il tramontare languido del mito della frontiera.

Anche in questo fortunato videogame targato Rockstar, infatti, il tema della libertà resta centrale e strutturale: il protagonista può girare liberamente per la mappa, fra le suggestioni della Louisiana e il confine messicano, e può decidere di dare la caccia alle bestie più favoleggiate del West, concedersi una serata come si deve al saloon, pescare nel fiume, comprare pistole dorate o vedere cosa si nasconde dietro la prossima collina – ore di gioco senza scopo come le digressioni di Lonesome Dove, i battibecchi di Gus, i sogni di Lorena, ore inutili e bellissime per entrare dentro una tradizione vecchissima risvegliata con rinnovato vigore e un’inedita linfa vitale.

Ad accomunare queste due opere, oltre a una scrittura eccezionalmente vivida, è soprattutto l’ambizione di collocarsi in un canone ingombrante – quello affollatissimo delle storie western, infestato dagli spettri di Louis L’Amour, John Wayne e tanti altri – e rinnovarlo senza stravolgerlo, ma anzi facendo risplendere gli spunti già presenti nelle storie lette e rilette sotto una luce diversa.

È grazie a una ricetta complessa e genuina che McMurtry riesce a far fiorire le sterpaglie del Far West in un abnorme susseguirsi di pagine stipate di dettagli indispensabili per rendere un mondo vivido e vibrante anche dopo così tanto tempo, un mondo che come in RDR2 sembra vivere ed evolversi accanto ai giocatori, un manipolo di figure tridimensionali, uomini e donne arrugginiti sui propri difetti come vecchi ferri di cavallo oppure sull’orlo di un cambiamento epocale, contraddittori o coerenti fino alla morte, così ben scritti da sembrare reali e così perfetti da mancare fisicamente quando spariscono per sempre, una volta chiusa per l’ultima volta la copertina di un libro che si vorrebbe non terminare mai.


Lonesome Dove

Larry McMurtry – trad. Margherita Emo – Einaudi, 2019

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