Milano, 1959. Roncalli è stato eletto papa da poco e la città trattiene il fiato sotto la morsa del controllo austriaco. Hitler è ancora vivo, i salotti sono in fermento. Il generale Radetzky intanto mantiene l’ordine col pugno di ferro che l’ha reso famoso e i milanesi – Jannacci e Carlo Cattaneo e tutti gli altri – smettono di fumare per protesta verso il regime. È tempo di immergersi nella prosa ricchissima di Luciano Bianciardi e di Aprire il fuoco.
Dopo tanto realismo, Bianciardi si concede di giocare: innanzi tutto col tempo, ovviamente, ma anche con sé stesso e con le proprie ossessioni. Si autocita già nell’incipit, che ricalca fedelmente quello de La vita agra, e recupera la sua sempiterna passione per il Risorgimento in un’originalissima ucronia, mescolando passato e presente per portare a galla lo spirito profondo che unisce tutte le ribellioni della Storia: non l’afflato celebrativo della commemorazione, né tantomeno il patriottismo composto ed edulcorato dei manuali scolastici, ma la spontaneità di un moto popolare folle e festoso, in un certo senso anche carnevalesco.

Tutto comincia forse nella sua prima infanzia, quando l’autore ricevette in dono il libro I mille, in cui il garibaldino Giuseppe Bandi raccontava in prima persona la sua esperienza durante il Risorgimento: è una folgorazione, l’inizio di un amore che culminerà nella stesura romanzo La battaglia soda e nei saggi Da Quarto a Torino, Daghela avanti un passo e Garibaldi.
Il suo ultimo romanzo è però qualcosa di diverso, un tentativo di reinventare la Storia oer svelare uno schema latente, sommerso. Si tratta di un atto d’amore alla sua idea di Risorgimento, un tentativo – riuscitissimo e incompreso nella temperie culturale degli Anni Sessanta– di riesumare il senso profondo delle rivolte ottocentesche alla luce delle consapevolezze e della disillusione dell’uomo novecentesco.
Non sono poi tanto diversi i sessantottini coi capelli lunghi e i rivoltosi che insorsero a Milano durante le Cinque Giornate, anzi forse cercano proprio la stessa cosa fra una barricata e una manifestazione: un senso, innanzitutto, un nemico da bandire, un ideale da rendere realtà. Gli ideali però spesso sono confusi e si prestano alla corruzione, allo stravolgimento.

Il narratore rievoca i fatti della rivoluzione mancata dal suo esilio volontario a Nesci, una versione letteraria della Rapallo in cui si era ritirato Bianciardi. Da questo punto di osservazione defilato la storia si piega su sé stessa, com’è naturale che avvenga nella memoria vibrante di chi ha perso ogni innocenza, e il passato trabocca nel presente, i personaggi si mescolano, i luoghi immortali diventano lo sfondo perfetto per un’ibridazione tanto naturale quanto assurda. Alla fine, ogni ribellione è parte della stessa lotta.
Accoppiamenti giudiziosi
Aprire il fuoco è un’opera intrinsecamente sovversiva. Parla di rivolte, indubbiamente, ma ha soprattutto l’ambizione di sovvertire un ordine ben più intransigente di quello pubblico: l’ordine cronologico.
Raccontare il 1848 con la voce e lo spirito del 1959 significa interrogarsi sull’eredità – pesante, romantica, disattesa – della promessa rivoluzionaria a distanza di un secolo. Cos’è rimasto degli ideali, dell’innocenza, del bisogno di rinnovamento? Nulla, o quasi. Restano le nozioni, quelle con cui Bianciardi si diletta nelle digressioni, forte di una conoscenza enciclopedica sulla materia risorgimentale, restano anche le promesse tradite, i sogni ridimensionati per farli entrare in tasca, l’Italietta del boom economico così ben tratteggiata negli altri lavori di Bianciardi.

La distanza temporale, però, non cancella il significato più autentico della rivolta, lo rende anzi più evidente: il passato rivoluzionario serve a misurare la distanza fra le illusioni di ieri e la realtà di oggi e diventa uno specchio deformante attraverso cui guardare il presente con una nuova sensibilità.
Un’operazione analoga è quella svolta da Kent Monkman nei suoi dipinti: tele enormi che alludono alla tradizione accademica e ne stravolgono le tematiche, spostando l’attenzione non sui vincitori – i colonizzatori, gli europei – ma sulle popolazioni schiacciate da questi ultimi, nel corso dei secoli, per la loro sete di potere.

L’artista di origine Cree ha infatti scelto di rielaborare la pittura occidentale per raccontare la Storia dei popoli indigeni del Nord America mescolando – à la Bianciardi, potremmo dire – tempi e pose di momenti storici talmente distanti da sembrare stranamente coerenti e affini.
Non è più stridente vedere dunque l’epica del West irrompere su una scena di festeggiamenti in stile romano, né assistere a un groviglio di militari, minotauri e dame seicentesche che si affannano a inscenare la Storia dell’Europa.
Ciò che Bianciardi e Monkman fanno realmente, tuttavia, è presentare al pubblico una propria versione della storia, narrata dall’interno e proprio per questo motivo tanto parziale quanto illuminante: la vera rivolta è quella che avviene dopo l’insurrezione, l’atto liberatorio di sottrarre la narrazione della Storia ai vincitori.

Non a caso Monkman ha intitolato una delle sue tele proprio History is Painted by the Victors, sono loro il nemico, gli stessi vincitori che Bianciardi aspetta in agguato a Nesci, scrutando l’orizzonte, per rapinarli definitivamente della cosa più preziosa che hanno: la loro versione distorta della verità.
