“Snow Crash” di Neal Stephenson

Esistono romanzi talmente importanti che parlare solo della loro scrittura o della trama suonerebbe banale e inutile, un po’ come fare l’analisi logica della Bibbia. Snow Crash è uno di questi.

Quando è stato pubblicato, nel 1992, molte cose che oggi diamo per scontate erano vera fantascienza: i social network, ad esempio, ma anche l’idea di un’enciclopedia universale sempre online, la larga diffusione dei massively multiplayer online game, la suggestione di una vita virtuale che si esperisce attraverso uno schermo o un visore, per non parlare della follia cannibale di multinazionali talmente grandi da divorare gli ordinamenti statali e le loro regole.

Neal Stephenson per il suo romanzo immagina tutto questo anni prima che diventasse realtà: non a caso, i creatori di Second Life hanno dichiarato di essersi ispirati proprio a lui per la loro piattaforma (ormai anch’essa ridotta a preistoria o quasi – tempus fugit) ed è impossibile non intravedere l’ombra di Stephenson anche dietro il nome che si è dato Meta, il conglomerato in cui si è trasformato Facebook, proprio a partire dal progetto di un “metaverso” di chiara ispirazione stephensoniana.

È difficile credere che qualcuno possa voler portare nella nostra realtà anche solo un brandello del mondo descritto in Snow Crash, eppure, anche ad anni di distanza dalla sua pubblicazione, si resta ancora affascinati dalla sua complessità, grandezza e forza espressiva: un pianeta ridotto a conurbazione caotica e costante, solcato da surfisti urbani che si agganciano alle automobili per domare il traffico come fosse un’onda, un mondo adulto in cui si sbaglia da professionisti, come direbbe Paolo Conte, conteso da mega-corporazioni assetate di successo, franchise malavitosi che soppiantano gli stati di diritto, realtà virtuali che si stratificano e sovrappongono al mondo materiale.

Snow Crash è un thriller, è un ottimo romanzo di fantascienza, ma è anche e soprattutto uno sforzo teorico mastodontico per comprimere dentro un blocco compatto di pagine considerazioni fitte sulla religione e sul linguaggio, sull’informatica e sull’antropologia: Stephenson non si risparmia, anzi si sforza continuamente di dare coerenza alla deriva che ha immaginato per il suo futuro, per fare interagire ogni elemento assurdo e distopico con le perversioni del nostro presente e con gli echi della storia antica e delle mitologie mesopotamiche.

L’opera di Stephenson viene dopo l’epoca d’oro del cyberpunk, quindi si muove necessariamente nella scia di successi come Mirrorshades o Neuromante, ma questa posizione defilata non gli impedisce di porsi a sua volta come elemento d’innovazione e di donare così nuova originalità al genere, grazie a una commistione di antropologia, filosofia e azione. A interessare maggiormente Stephenson è un tema centrale per la fantascienza di ogni epoca: che cosa succede a una società quando informazione, tecnologia e potere diventano inseparabili.

Per sciogliere questo nodo si serve di personaggi subito riconoscibili, hacker e teppisti, miliardari e mafiosi, un carosello di figure perfettamente assurde per popolare le strade di un futuro sfigurato dal denaro e dallo sgretolamento di ogni istituzione, ma anche di un gusto attualissimo per l’esagerazione, una certa ironia, un atteggiamento disincantato che lascia filtrare una luce sottile anche nella megalopoli più tetra.

La storia è tesa, l’azione è inframmezzata a parentesi teoriche (gli “spiegoni” del software Bibliotecario) che fanno da contraltare alle gesta fisiche e virtuali del protagonista Hiro, fattorino di giorno e hacker di notte, e della ribelle YT, sulle tracce di un misterioso metavirus noto come snow crash, capace di condizionare profondamente i comportamenti delle persone e propagarsi come un’infezione.

Lo snow crash ha una natura duplice: è un virus ibrido informatico-biologico che agisce contemporaneamente sul software e sul cervello umano. Ciò stabilisce una connessione tanto affascinante quanto pericolosa fra corpo e macchina, un legame reciproco tra il linguaggio dei computer e quello umano, e apre così uno scenario allarmante e plausibile, suggerendo che entrambi possano essere utilizzati come strumenti di controllo.

Viene dunque a collassare su sé stessa l’architettura della realtà come oggi la intendiamo: il confine fra realtà fisica e realtà virtuale si sfalda sotto i colpi di virus che sono al contempo religioni e droghe, il linguaggio diviene codice e rito, slogan e formula magica e programma tanto i computer quanto gli esseri umani, crea comportamenti, ambienti, regole, strutture di potere.

Il conflitto alla base della narrazione procede dunque in due universi sovrapposti, quello reale – fatto di carne, sangue e corpi – e quello virtuale – fatto di parole e visioni, incorporeo ma non per questo meno letale.

Il linguaggio è alla base di tutto: è una preghiera e una maledizione e cambia ogni cosa, cambia le opinioni delle persone e deforma le informazioni che trasmette, riesce a plasmare la mente umana o a mandarla in frantumi, proprio come un virus informatico farebbe con un computer.


Accoppiamenti giudiziosi

Stephenson aveva inizialmente pianificato Snow Crash come un’esperienza interattiva, una specie di graphic novel generato a computer, poi ha virato sul romanzo – il medium perfetto per incarnare l’idea che il linguaggio, in fondo, sia tutto.

Per immaginarsi in cosa sarebbe potuta sfociare una narrazione così complessa e ambiziosa oggi possiamo perderci in Night City, ambientazione virtuale del videogioco Cyberpunk 2077, prodotto da CD Projekt nel 2020 sulla base dell’omonimo gioco di ruolo.

È interessante notare come il metaverso di Stephenson divenga qui ispirazione per un mondo esplorabile: una metropoli dominata dalle corporazioni, dalla disuguaglianza e dalla fusione sempre più radicale tra corpo umano e tecnologia – un mondo fatto di testo, naturalmente, un videogioco che grazie a un codice – ancora una volta, un linguaggio – trasfigura un’avventura pensata per svilupparsi fra master giocatori: un’esperienza per sua natura puramente dialogica trasformata in immagini, sensazioni, esperienze.

Che sia un rituale o un semplice prodotto videoludico lasciamo a voi deciderlo: ciò che veramente importa è l’impronta indelebile che il cyberpunk e i suoi eredi hanno lasciato sul nostro mondo di immaginare il futuro lontano dai fasti ottimistici della fantascienza positivista d’inizio Novecento.

La letteratura speculativa, oltre le dinamiche di conflitto e trama che stanno alla base dello sviluppo di ogni narrazione, ha il pregio di saper sollevare interrogativi che è capace di dirimere solo in parte: ad animare le metropoli uggiose di tutti i futuri immaginati non sono le soluzioni né i lieti fini, ma l’ambizione di naufragare ancora una volta verso una mancanza di senso che non si riesce mai a chiarire fino in fondo.

È per questo che torniamo a perderci in Snow Crash ed esplorare gli angoli più remoti di Night City – i grattacieli della Arasaka e la devastazione di Pacifica: per stabilire nuove connessioni con un presente che sentiamo sempre più alieno e mutevole e provare ad aggredirlo, a reclamare un posto e un significato per l’essere umano, a portare la mente al suo limite estremo e forzarla ad andare oltre.

To strive, to seek, to find, and not to yield, come direbbe Lord Tennyson.

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